
Lo sguardo e la fuga Giro d’Italia e Tour de France in televisione Conclusa l’edizione 2004 del Giro D’Italia, con la vittoria del giovanissimo Cunego, i record in volata di Petacchi e la drammatica assenza di Pantani, occorre effettuare una riflessione sull’alto tasso televisivo delle grandi corse a tappe del ciclismo internazionale: Giro e Tour in testa, ovviamente.
Lasciando da parte ogni considerazione critica sui commenti dei telecronisti e degli esperti, non sempre all’altezza della situazione e a loro agio (in genere gli ex ciclisti) con congiuntivi e sintassi, il dato fondamentale che riguarda il rapporto tra ciclismo e televisione è la capacità genetica di questo bellissimo sport di vivere a contatto con il territorio, di essere in mezzo alla gente, di rimanere collegato con l’immaginario popolare e quindi di godere di una particolare propensione alla narrazione audiovisiva.
Lungo le tre settimane del Giro d’Italia, e del Tour de France, i corridori toccano località sconosciute, attraversano una natura incontaminata, scalano le grandi montagne, ma passano anche attraverso periferie degradate e stradoni assolati. L’obiettivo della telecamera che li segue in questa odissea moderna finisce, dunque, per rappresentare non solo l’evento agonistico in sé ma anche la vita e la struttura di un paese (l’Italia, la Francia) in modo disteso, ampio. Il racconto è lungo, sonnolento; una tappa può durare anche sei, sette ore. Poi, improvvisamente, la vampata espressiva, l’attacco geniale, la svolta narrativa, la sofferenza, il coraggio, la suspence e la risoluzione. Certo, in genere le telecronache in diretta riducono il loro lavoro solo ai centoventi minuti conclusivi, ma anche questo tempo ridotto permette allo spettatore di entrare in una realtà diversa, in una dimensione allo stesso tempo mitica e realistica. Chi guarda riacquista la vista del territorio, viaggia con gli occhi, connette idealmente la durezza e l’armonia del gesto sportivo con la raffigurazione della società in cui vive.
Proprio per questo motivo, il ciclismo nonostante gli scandali, il doping, i grandi sponsor, gli interessi economici rimane un grande sport popolare e democratico, nel quale anche un proletario può emergere e nessuno si sogna di chiederti di pagare il biglietto d’ingresso.
La televisione gioca, in tal senso, un ruolo comunicativo fondamentale e spiace constatare come sempre più spesso gli spazi vengano sacrificati e le trasmissioni collaterali alle tappe non risultino all’altezza della situazione. In compenso, i cameraman che per tre settimane viaggiano sulle motociclette al seguito del Giro e del Tour sono degli autentici funamboli, predatori dell’immagine che riescono a fornire inquadrature perfette anche quando sono lanciati a 100 chilometri orari in una ripida discesa o durante un violento temporale. Lo sguardo dell’operatore diventa lo sguardo dello stesso spettatore. La solitudine del ciclista che attacca, che sfreccia in strade disabitate, che disegna temerariamente le curve è sostenuta dal fantasma partecipante al livello emotivo del telefruitore, dal suo battito cardiaco accelerato, nella speranza che nessuno riprenda l’uomo in testa e che quest’ultimo concluda il suo sogno, quello di tagliare, almeno una volta, per primo il traguardo.
Il giorno dopo, sarà un’altra tappa e un’altra storia.
David Arciere
©CultFrame 06/2004
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