
Sabato sera in tv: una cascata di lacrime La dilatazione delle sofferenze umane a C’è posta per te Forse non ci sarebbe più molto da aggiungere sulla trasmissione condotta da Maria De Filippi il sabato sera su Canale 5. O forse, invece, sarebbe proprio il caso che qualcuno ne riparlasse, perché mentre Sabina Guzzanti viene censurata dalla RAI e personaggi significativi come Santoro e Biagi sono al "confino televisivo", la De Filippi continua imperterrita la sua carriera con trasmissioni come C’è posta per te.
Niente di male; è un programma che va in onda su una tv commerciale, che ha un grande share e che coinvolge gli strati più popolari del pubblico televisivo. Proprio per questi motivi C’è posta per te è diventato un appuntamento cult, su cui nessuno sembra più avere nulla da dire.
Così, capita che il sabato sera facendo zapping ci si soffermi, forse più del necessario, sulle immagini di questa trasmissione non prima però di aver sorbito una buona dose della comicità di Panariello su Rai Uno.
Ebbene, il 29 novembre accendiamo il televisore e sulla prima rete pubblica vediamo Lino Banfi, prima duettare con Panariello e subito dopo commuoversi fino alle lacrime per i bambini dell’Eritrea che intende aiutare. Se da un lato siamo assolutamente vicini e solidali con l’attore pugliese per il suo umanissimo e meritorio lavoro di sostegno a persone che non hanno nulla, neanche una scuola o un ospedale, ci troviamo anche un po’ perplessi d fronte alla "botta di commozione" televisiva da prima serata e decidiamo di pigiare il tasto numero cinque del telecomando. Non lo avessimo mai fatto. Siamo stati travolti da una cascata irrefrenabile di lacrime. Pianto, pianto a dirotto, con singhiozzi e disperazione totale. Una madre che non ha praticamente mai conosciuto i propri figli, un’altra che li ha chiusi fuori di casa e vuole il loro perdono.
Storie atroci, dolorosissime, terribilmente complesse trasportate in una dimensione di spettacolo caratterizzata da un uso consapevole del linguaggio televisivo.
All’apertura della "busta", un’idea "geniale" di regia impone una sorta di sospensione del racconto. I due personaggi si guardano in silenzio, campi e controcampi continui forniscono il ritmo alla sequenza e innalzano il livello della tensione. Tutti si domandano cosa succederà, quale sarà la risoluzione di quella scena. Dunque, attraverso un metodo linguistico anche abbastanza scolastico si dilata l’attesa nei confronti di un evento che deve svolgersi in diretta, davanti a milioni di persone, le quali ovviamente non riescono a staccare il proprio sguardo dalla sofferenza altrui.
Se una situazione del genere fosse costruita tramite codici narrativo-visuali diversi probabilmente la trasmissione non avrebbe il seguito che ha, poiché è proprio l’amplificazione e la dilatazione parossistica dei vuoti e del silenzio che finisce per generare morbosa curiosità nello spettatore.
In tal senso, siamo convinti che quella che abbiamo definito "botta di commozione" di Lino Banfi, durata solo un attimo, sia l’improvvisa emersione di un sentimento non governabile e quindi la sincera concretizzazione di un moto dell’animo che ci sentiamo di rispettare. Niente a che fare ovviamente con la soap opera a episodi sapientemente orchestrata su C’è posta per te.
David Arciere
©CultFrame 12/2003
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