
Residence Bastoggi Il mestiere di vivere Chicca, Emiliano, Maria, Carlotta, Titina, Sharon, Manolo. Nomi come tanti, giovani, ragazze, individui che popolano i margini della metropoli, che raccontano le loro storie, che parlano dei loro amori e delle loro "imprese", che cercano di trovare una dimensione anche sentimentale. Vivono a Bastogi, un complesso di case popolari situato alla periferia nord di Roma. Molti di loro hanno a che fare con la giustizia: alcuni sono in carcere, altri latitanti. Le loro mogli, le fidanzate, li aspettano, oppure li vanno trovare a Regina Coeli. I rapporti sono intensi, drammatici ma anche caratterizzati da una straordinaria leggerezza esistenziale.
Sono tutti protagonisti del programma Residence Bastoggi, serie a puntate inserito nel contesto dell’esperimento televisivo denominato Il mestiere di vivere.
I due autori, Claudio Canepari e Maurizio Iannelli, hanno vissuto per tre mesi a stretto contatto con queste persone. Sono entrati nelle loro case, li hanno seguiti, filmati, accompagnati dovunque. Il risultato è stato per certi versi veramente sorprendente. Il telespettatore si è trovato infatti davanti ad un oggetto televisivo difficilmente identificabile. Documentario? Fiction? Soap Opera? Film a sfondo sociale? Confessione pubblica? Romanzo sceneggiato? Tv neorealista?
Molte possono essere le definizioni da dare a Residence Bastoggi, ma forse ciò che hanno ottenuto Canepari e Iannelli è sostanzialmente uno strepitoso mix linguistico-comunicativo in grado di tenere attaccato al piccolo schermo chiunque veda anche casualmente una sola sequenza.
Sì, perché si finisce per affezionarsi ai protagonisti, per riconoscere le tensioni e le gioie nei loro volti e nelle loro espressioni. Chicca, Carlotta, Manolo e gli altri sembrano attori nati ma forse non fanno altro che recitare la parte che il destino ha dato loro. Così, le categorie della rappresentazione della società basata sulle regole della convivenza civile saltano completamente e ci si accorge di come ci siano intere generazioni poste ai margini che vivono in un’altra lunghezza d’onda, in un sistema praticamente parallelo a quello dello Stato.
Si parla di rapine e delitti come se fossero metodi qualsiasi per guadagnarsi da vivere. Nei volti e nei sorrisi di alcuni ragazzi si coglie la totale mancanza di collegamento con la classe dominante anche se sono visibili i segni, che PierPaolo Pasolini aveva già identificato molti anni fa, della tendenza a rincorrere i simboli della piccola borghesia.
I discorsi dei protagonisti sono comunque densi di un’umanità che convive con il dolore. Le loro frasi da "coatti" sono l’espressione autentica di una condizione dura ed inquietante ma vera. Ciò che vediamo esiste e non sembra essere frutto di un’elaborazione drammaturgica. Il sorriso dei giovani intervistati nasconde qualcosa di tragico, forse il destino di essere abitanti di Bastogi, di non avere obiettivi precisi se non quelli di sopravvivere ed amare qualcuno.
David Arciere
©CultFrame 03/2003
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