
Kirikù e la strega Karabà di Michel Ocelot Cinema d'animazione in TV Già a partire dalle prime inquadrature apparse sul piccolo schermo (Rai Tre) si è potuto percepire l’alta qualità del film proposto dalla Rai in prima serata. Michel Ocelot, il regista di "Kirikù e la strega Karabà", un lungometraggio disegnato e basato su una fiaba dell’Africa dell’Ovest, attraverso un’elaborazione estetica di notevole livello, ci ha immerso nell’universo africano, con i suoi decori, simboli e codici comportamentali.
Il racconto, scritto dallo stesso Ocelot e da Raymond Burlet, è ambientato in un villaggio africano color ocra. In una casa, una donna incinta sente una vocina: "Madre, fammi uscire". "Un bambino che parla nel ventre della madre, esce da solo", risponde la madre. E’ così che viene al mondo Kirikù, un essere minuscolo, in grado di nascere da solo, di tagliare il cordone ombelicale e di lavarsi. Apprende che il suo villaggio è devastato dalle ingiurie malefiche di Karabà, la strega che ha prosciugato la loro fonte e che ha divorato i loro uomini. Grazie alla sua intelligenza e dopo varie peripezie, vere e proprie prove di coraggio, Kirikù riporterà l’acqua nell’abitato e riuscirà a raggiungere il saggio della Montagna Proibita, suo nonno, che gli rivelerà il segreto della cattiveria di Karabà. Kirikù, nudo e disarmato e costantemente messo a confronto con un mondo gigantesco e insidioso, decide di liberare la strega dalla maledizione che la affligge e di ripristinare la pace e la gioia alla sua gente.
Vero gioiello del cinema d’animazione, "Kirikù e la strega Karabà" è il risultato di un lavoro minuzioso durato cinque anni (con un budget molto limitato) e in cui gli ingredienti sembrano esserci tutti. I personaggi, molto ben caratterizzati, si muovono nel loro habitat naturale, tra Baobab, Flamboyant (un albero dai fiori rossi, diffuso nell'Africa dell’Ovest), termitai rossi, zucche-recipienti. Le donne nei loro abiti tradizionali pestano il miglio, i bambini si tuffano nel fiume. I temi più profondi della società africana come la famiglia allargata, i rapporti con gli anziani e le dinamiche del gruppo convivono con quelli universali: la guerra dei sessi, l’amore materno e l’altruismo. Ma Ocelot non intende rendere i suoi personaggi degli stereotipi. La strega malvagia, al contrario del solito, è bella ed elegante e il meraviglioso Kirikù invece pecca di vanità. Ma sarà anche il protagonista stesso a sfuggire ai luoghi comuni, cercando in tutti i modi di comprendere la vera ragione della cattiveria della strega, anche lei vittima a sua volta di uomini malintenzionati che le hanno conficcato una spina nella schiena, motivo quest’ultimo di dolore e di astio.
Disegnato a mano e perfezionato al computer, "Kirikù e la strega Karabà" si distingue per la grafica semplice e l’animazione fluida. Di notevole piacere visivo è la parte dedicata alla natura, armoniosa e colorata, in cui abitano animali e piante tropicali che ricordano le pitture naif di Rousseau il Doganiere, vissuto in Francia nella seconda metà dell’800 e al quale Ocelot si è ispirato. Tutto è sostenuto dalla musica gioiosa firmata Youssou N’Dour, suonata con strumenti tradizionali quali il Balafon (uno xilofono) e la Corà (uno strumento a 11 corde).
Una nota di disappunto è riservata al doppiaggio, che nonostante la bravura degli attori italiani, inquina l’atmosfera magica e inebriante dell’Africa dell’Ovest. Nella versione originale, Ocelot ha scelto doppiatori senegalesi i quali parlando francese con l’accento tipico del luogo, hanno contribuito a creare il ritmo naturale dei suoni e l'armonia del film.
Orith Youdovich
©CultFrame 01/2003
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