
Sbatti il mostro su ogni teleschermo! Informazione, mass media e rispetto per le tragedie umane Il volto di una giovane madre accusata di aver ucciso il proprio figlio. L’icona di una sconvolgente tragedia che appare in una disordinata e ossessionante moltiplicazione visiva su tutti gli organi di informazione e sui mass media del nostro paese. Un fenomeno scontato, molti diranno. Inevitabile nella società della comunicazione. Ma una cosa è la logica e doverosa diffusione delle notizie, un’altra è l’utilizzazione di un’immagine straziante, quella di una donna finita in carcere con un’imputazione terrificante, per alimentare contenitori televisivi di intrattenimento popolare, il cui unico scopo è quello di raccogliere pubblicità per sostenere la vita di un’azienda televisiva.
La giornata del 14 marzo 2002 è stata in tal senso la concretizzazione di questo meccanismo perverso, meccanismo che ha trasportato una storia, ancora peraltro da chiarire completamente, in una dimensione mediatica che nulla ha a che fare con il diritto di cronaca.
Anche quando il mostruoso caso di Cogne è stato affrontato in un talk show di approfondimento, si è assistito all’uso molto discutibile di un evento che andrebbe invece rigorosamente tenuto fuori dai meccanismi dell’audience e della pubblicità.
Durante Porta a Porta si è inoltre svolto una sorta di processo, un’inquietante radiografia di un delitto che, oltretutto, è ancora lontano dalla soluzione di carattere giudiziario. Modellini estremamente dettagliati, collegamenti con riflettori puntati sulla casa dei genitori dell’accusata, corrispondenze assolutamente inutili. A discutere ospiti come Michele Cucuzza, Elisabetta Gardini, Irene Pivetti, Barbara Palombelli, un criminologo, uno psichiatra e un ex sottosegretario. Tutti pronti a dire la propria opinione sui fatti di Cogne, tutti così meravigliosamente rispettosi e profondi. A dirigere l’orchestra con la consueta maestria Bruno Vespa che con abilità centellinava la lettura del provvedimento del G.I.P., fornendo al programma ritmo e tensione.
Una lunghissima serata gestita con una certa moderazione, a parte uno sconfortante battibecco tra un criminologo e il solito ex sottosegretario, che però non ha tenuto in considerazione un fattore fondamentale che si potrebbe riassumere in una sola domanda: perché fare di un episodio atroce e dolorosissimo argomento di un talkshow di prima serata?
Ed ancora: non sarebbe meglio far andare avanti con tranquillità il corso della giustizia (magari potrebbero esserci delle sorprese) e riservare la diffusione delle notizie (con eventuali approfondimenti) solo ai telegiornali e alle trasmissioni di vera informazione?
David Arciere
©CultFrame 2002
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