
Michael Cimino di Giancarlo Mancini Sono almeno due i registi misteriosi del cinema americano, entrambi autori di opere centrali nell’ambito della produzione statunitense: Terrence Malick e Michael Cimino. Il primo (La rabbia giovane, La sottile linea rossa) se possibile, è ancora più appartato del secondo. Quest’ultimo, nonostante si mostri sempre celato da un cappello da cow-boy e da enormi occhiali da sole scuri, negli ultimi anni ha girato parecchio il mondo per parlare (quasi sempre con una certa incredibile modestia) del suo mondo espressivo. Diverse volte è stato anche in Italia per tenere seminari e conferenze, eppure nel nostro paese a parte quei critici e cinéphiles che si sono formati negli anni settanta non molti (specie i giovanissimi) sanno effettivamente chi sia questo enigmatico autore.
Per quel che ci riguarda, non esiste un solo film del cineasta di lontane origini italiane (per la precisione laziali) che non riteniamo di assoluto spessore. La nostra preferenza va a opere come Il cacciatore (1978) e I cancelli del cielo (1980), ma anche L’anno del dragone (1985) e Verso il sole (1996) sono pellicole decisamente importanti. Ricordiamo che I cancelli del cielo ha provocato a Cimino enormi problemi per via del clamoroso flop economico che generò; nonostante ciò è indubbio che questo lavoro rappresenti uno straordinario affresco degli USA alla fine dell’Ottocento, un film grandioso e molto ambizioso, anche visivamente, che proiettò Cimino nell’olimpo dei "grandissimi incompresi", dei geni capaci di sviluppare idee cinematografiche decisamente non ordinarie.
Nel nostro paese, non sono molti i testi critici che affrontano l’opera di questo "creatore di sogni visuali" e non è dunque molto facile potersi documentare a sufficienza. Recentemente è però apparso nelle librerie un articolato studio storico/critico (intitolato semplicemente Michael Cimino) scritto da Giancarlo Mancini e pubblicato da Le Mani.
Duecentoquarantasei pagine, nove capitoli, filmografia e bibliografia per raccontare un talento enorme che nell’arco di ventidue anni (dal 1974 al 1996) ha portato a termine "solo" sette lungometraggi. Diversi i progetti mai andati in porto, un romanzo, apparizioni misteriose in giro per il pianeta, una vita non convenzionale. La figura di Cimino è delineata da Mancini con grande dovizia di informazioni e notizie. In particolar modo, i primi due capitoli, forniscono al lettore un quadro generale molto significativo, poiché il personaggio Cimino è contestualizzato nell’ambiente della cinematografia americana. I rapporti con Hollywood e l’industria USA, il periodo iniziale della sua carriera, le tendenze espressive, contenutistiche e stilistiche del suo cinema. Mancini costruisce con pazienza e precisione un mosaico critico/informativo che permette di inquadrare perfettamente Cimino.
L’aspetto più importante di questo saggio sta nel fatto che l’autore riesce a miscelare con equilibrio, elementi biografici, fattori storici, analisi critica, fornendo all’appassionato un ritratto a tutto tondo di un regista che molto ha dato alla cinematografia mondiale ma di cui pochissimo si sa. Da notare, che lo sviluppo del suddetto studio è caratterizzato anche da un’utilizzazione efficace di numerose citazioni critiche che contribuiscono ad arricchire la "fotografia" artistica del regista. La bibliografia risulta ben elaborata e utile a chiunque voglia approfondire ulteriormente lo studio della storia professionale e umana di Michael Cimino.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 01/2008
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