
Panafricana Le mille Afriche del cinema a Roma Parla di Africa precoloniale Gaston Kaboré (Bobo Dioulasso - Burkina Faso 1951) nei suoi due lungometraggi, Wend Kuuni (1982) e Bund Yam (1997), rispettivamente il primo e l’ultimo della sua carriera. Fanno parte della rassegna a lui dedicata nella sezione "Lezioni di cinema", di questa settima edizione di Panafricana – Le mille Afriche del cinema a Roma. "Il mio sogno di cineasta" - afferma Kaboré alla fine della proiezione di Bund Yam nella sala Michel Piccoli di Villa Medici - "sarebbe quello di raccontare il primo sogno del primo uomo africano." A dispetto dei sogni, tuttavia, si ritrova a combattere quotidianamente una malattia irreversibile agli occhi che lo porterà alla cecità, trovando le forze per insegnare cinema nella scuola Imagine, che ha fondato a Ouagadougou nel 2003.
Era il 1997, quando il cineasta burkinabé - dando ascolto ad una prepotente voce interiore -riprendeva in mano una storia conclusa quindici anni prima, per costruirne una nuova. Il cast, però, straordinariamente rimaneva lo stesso, realtà che contribuisce peraltro alla coerenza narrativa. Quella che narra è una storia universale sulla scia della memoria, in cui il protagonista - il giovane Wend Kuuni - attraverso una sorta di viaggio iniziatico acquisisce la conoscenza di sé, la consapevolezza delle sue origini. "Anch’io sono curioso di conoscere la vita dei personaggi che ho creato", ammette. Il finale è aperto ad una possibile terza puntata, ma per il momento il regista non ci pensa.
Colpiscono di questi due film, oltre che l’uso della luce e della musica, che accompagnano il risveglio del protagonista, anche la descrizione dei luoghi, avvolti in un’atmosfera atemporale. Storicamente siamo all’inizio del XIX secolo, nei villaggi rurali del paese che oggi si chiama Burkina Faso, già colonia francese come Alto Volta. Villaggi di paglia e fango, circondati dalla brousse, rimasti immutati nel tempo. Nella maggior parte ancora oggi non c’è acqua corrente, né elettricità.
A Sakouli, un villaggio come quelli in cui è stato girato il film, durante la scorsa edizione del Fespaco, per la prima volta è stato montato uno schermo e proiettato (grazie ad un generatore di corrente) proprio il film Bund Yam. Un pubblico stupito, con lo chef du village in prima fila, seduto accanto allo stesso Kaboré, ha seguito festosamente l’evento. A riprendere la scena i registi italiani, Angela Rosati e Enrico Pergolini in collaborazione con l’Associazione Fitil, per il loro documentario Glamour Burkinabé (2007), simpatica introduzione all’importante rassegna internazionale del cinema africano, tra sfilate di moda, gente di strada, attori e registi. Documentario inserito, tra l’altro, proprio nella sezione "Sguardo italiano" di Panafricana. Le altre sono "Italiani in Africa (1949-73)", "Focus Fespaco", "Cantiere Europa", "Homevideo Free Zone", "Panfricana Kids" (con l’anteprima di La Reine Soleil (2007) lungometraggio d’animazione diretto da Philippe Leclerc ambientato nell’antico Egitto).
Nella sezione "Invito al viaggio", Rossella Piccinno con il suo reportage Mauritania: città-biblioteche nel deserto (2006) inquadra città come Chinguetti, Ouadane, Oualata con le loro biblioteche, eredità delle mahedra, le cosiddette "università della sabbia". Luoghi di cultura itineranti dove l’insegnamento era flessibile e (sembra) riservato anche alle donne: gli antichi manoscritti venivano conservati in grandi sacche di cuoio che viaggiavano per il Sahara, appesi alle selle dei dromedari. Oggi se ne conservano ancora migliaia, per lo più scritti in arabo, dalla matematica all’astronomia, dalla medicina alla poesia... tutti provenienti dalle università di Kairouan, Fez, Cairo, Baghdad e Damasco. Manoscritti che combattono contro il tempo, le termiti, l’incuria, la desertificazione dei luoghi che li ospitano, malgrado siano stati classificati patrimonio culturale mondiale dall’Unesco.
Dislocato in tre sedi diverse - Villa Medici, Centro Culturale Francese e Cinema Trevi - il festival include la master class di Gaston Kaboré all’Università Roma Tre, tavole rotonde ed incontri con autori, tra cui la regista marocchina Izza Genini (Casablanca 1942, vive in Francia dal 1960) che proprio in questa occasione ha presentato in anteprima al pubblico italiano il documentario Nuba d’or et de lumière (2007), un viaggio nella musica tradizionale marocchina. Non è stato facile per l’autrice penetrare la materia, ma c’è riuscita associando sia la musica all’iconografia simbolica dell’acqua, sia riprendendo dal vivo tra concerti e interviste. Genini entra nei caffé di Tangeri, gira per le strade di Chefchouen, andando oltre i confini del paese per rintracciare questa musica di origine andalusa anche nell’orchestra di Ashdod (Israele) o nella sinagoga di Parigi, attingendo a fonti che partono proprio dalla cultura medievale. "Studiando questo genere musicale ho scoperto la mescolanza di elementi strutturati e liberi, proprio come gli elementi della natura." - spiega la regista al pubblico romano -"Nella nuba entrano a far parte anche la collera, la fatica... ogni cosa è reinterpretata anche a seconda del luogo. L’orchestra di Tetouan, ad esempio, è l’unica che include presenze femminili e strumenti come il pianoforte e il clarinetto. Quella di Fez, invece, usa esclusivamente il rabab, il liuto e le percussioni.". Tutt’altro che morta, questa musica antica entra nel vivo della cultura contemporanea, come dimostrano le riprese del concerto di Fez dove il pubblico -dai bambini agli anziani- è decisamente in delirio. "Volevo raccontare dall’interno le energie che questa musica suscita.", conclude Izza Genini.
Altri appuntamenti offrono la lettura trasversale di un’Africa al confine tra l’immaginario e la realtà. Film datati, ma sempre ossidati, come Totò le Mokò (1949) di Carlo Ludovico Bragaglia o, dello stesso regista, Pastasciutta nel deserto (1961). Tra gli italiani anche Vittorio De Seta con il suo Lettere dal Sahara (2006), sull’arrivo in Italia di un emigrato clandestino del Senegal.
Tornando, invece, a Roma è proiettato anche Ezra (2006) del nigeriano Newton I. Aduaka (scritto in collaborazione con Alain-Michel Blanc), un film coraggioso e psicologicamente complesso che denuncia le atrocità della guerra civile che trasforma i bambini in soldati. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival, selezionato dalla Semaine de la Critique di Cannes e vincitore del Premio del Pubblico alla 17a edizione del Cinema Africano di Milano, questo film si è aggiudicato lo stallone d’oro di Yennenga al Fespaco 2007.
A proposito del Festival Panafricain du Cinéma et de la Télévision de Ouagadougou, più familiarmente conosciuto come Fespaco (l’appuntamento è biennale), giunto alla sua ventesima edizione, va ricordato che il suo timido debutto risale al 1969, grazie alla volontà di Thomas Sankara, leader carismatico del Burkina Faso di cui quest’anno ricorre anche il ventesimo anniversario dell’assassinio (15 ottobre 1987). Per l’occasione Panafricana propone nella sezione "Omaggi" la proiezione del film L’Homme intègre (2006) dello svizzero Robin Shuffield. Ricordati anche altri personaggi, alla cui memoria sono dedicati i film Cuba, une odyssée africaine (2006) di Jihan El Tahri (Che Guevara); Abramo in Africa di Gianni-Barcelloni Corte (1973), L’altra faccia del sole: Reportage dall’Etiopia di Alberto Moravia (1987) di Gianni Barcelloni (1987) e Africa dove (1990) di Andrea Anderman (Alberto Moravia); Po di sangui (1996) di Flora Gomes (Ahmed Baheddine Attia). Scelto, poi, direttamente da Kaboré un omaggio speciale al padre della cinematografia africana, il regista senegalese Ousmane Sembène (scomparso il 10 agosto 2007), del quale viene proiettato il suo ultimo film Moolaadé (2004). Una storia che parla di tradizione e di ribellione. Tradizione che è in chiave drammaticamente negativa se riferita - come nel film - a pratiche antiche di cui, ancora oggi, continua ad essere vittima la donna: la mutilazione genitale femminile. Una voce che grida giustizia, quella di Sembène.
Manuela De Leonardis
©CultFrame 12/2007
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