
Nanni Moretti - Caro diario di Federica Villa Potrà sembrare quasi incredibile, per chi lo segue da sempre, ma sono ormai quasi trenta anni che Nanni Moretti attraversa la storia del cinema italiano in maniera decisiva. Nel 1976, l’autore de Il Caimano realizzava il piccolo corrosivo film Io sono un autarchico. Nel 1978, la grande e imprevedibile affermazione di Ecce Bombo chiariva agli addetti ai lavori che un importante cineasta si affacciava nel panorama italiano.
Da allora sono passati tre decenni, appunto, lungo periodo in cui il cinema di Nanni Moretti è progressivamente maturato soprattutto grazie a film come Bianca (1984), La messa è finita (1985), Palombella rossa (1989), La stanza del figlio (2000), lavoro, quest’ultimo che si è aggiudicato la Palma d’oro al Festival di Cannes.
Scorrendo la sua filmografia, che comprende anche il già citato Il Caimano (2006), Sogni d’oro (1981) e Aprile (1998), sembra evidente come Caro Diario occupi un posto centrale, sia per l’evoluzione della poetica morettina che per quel che riguarda il complesso del cinema italiano.
Proprio l’importanza di questo film spartiacque è evidenziata con assoluto rigore critico nel saggio firmato da Federica Villa e pubblicato recentemente da Lindau.
La docente di filmologia presso l’Università di Torino ha scritto un libro di estremo interesse soprattutto per la chiarezza e la razionalità dell’analisi e l’uso di un linguaggio che non si impantana mai nel "critichese" che spesso viene utilizzato in questo tipo di studio.
Il cardine dello scritto di Federica Villa sta nell’identificazione del nucleo teorico del film morettiano, considerato una sorta di saggio sul cinema (di Moretti) e una riflessione visivo/narrativa sulle questioni riguardanti il soggetto narrante e l’oggetto della rappresentazione cinematografica. Sostiene correttamente l’autrice: "il personaggio… lievita nella figura di un narratore onnisciente che sa già perfettamente come la storia andrà a finire, parlando di un futuro imminente come se si trattasse di un passato remoto. Chi parla in sostanza mantiene il corpo del personaggio ma intromette la voce, il sapere, del narratore".
Da notare, infine, che il libro si chiude con una significativa antologia critica che raccoglie alcune recensioni pubblicate all’epoca dell’uscita del film sui maggiori quotidiani italiani, sul francese Libération e addirittura sul New York Times.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 05/2007
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