
IFFR 2007 quando il cinema "esplode" Non ci sono divi, né red carpets, né tanto meno giornalisti a caccia di gossip e di colore. Eppure, nonostante questo, l’International Film Festival di Rotterdam, giunto alla 36esima edizione, macina cifre impressionanti: oltre 360.000 presenze in 11 giorni nelle circa 25 sale disseminate per la città, alcune centinaia di film tra lungometraggi e cortometraggi, oltre a diverse mostre allestite negli spazi museali, in un percorso intrecciato tra cinema, video, arti visive, performance, concerti. E’ la formula vincente di una manifestazione che – anno dopo anno – diventa sempre più importante, in uno sconsolante panorama di festival generalisti tutti uguali. Un’occasione per autori, produttori e distributori di incontrarsi e mettere in piedi progetti in grado di coniugare estetica e mercato. Unica pecca, forse, un concorso non sempre all’altezza delle aspettative. Molto più stimolante allora saltare da una sala all’altra nelle sezioni collaterali sempre ricche di proposte. Omaggi quest’anno ai film-maker Abderrahmane Sissako e Johnnie To e all’artista norvegese Knut Asdam – di cui alcuni video, sotto forma di installazione, erano visibili al Boijmans Museum – e ancora: mini-retrospettive sul 16mm, una sezione dedicata ai rapporti cinema/musica, un’altra inaugurata qualche anno fa dal titolo "Cinema Regained" con restauri, riscoperte, portrait di autori, ecc.
E poi naturalmente decine di programmi di shorts, e gli spazi "Exploding Cinema" ed "Exposing Cinema". Rotterdam è davvero l’unico festival in cui la sperimentazione audiovisiva fa la parte del leone, a cominciare dai maestri dell’underground, soprattutto statunitense, come Ernie Gehr, Jonas Mekas (al centro di un interessante ritratto a firma di Payton e Teerink), Harry Smith (omaggiato in veste di etnomusicologo nel documentario The Old Weird America di Rani Singh). Immancabile un altro veterano, Ken Jacobs che, con Two Wrenching Departures, vuole ricordare un altro grande filmmaker americano, Jack Smith, recuperando spezzoni dei primi anni ’60 e rielaborandoli con lo stroboscopico dispositivo di sua invenzione (nervous system), in cui questo anarchico personaggio si produce in folli performance per le strade di New York. E, per restare alla sperimentazione made in Usa, vi sono state alcune riscoperte come i super 8 di Saul Levine o due recenti "landscape film" in 16mm di un cineasta del Milwaukee attivo da 35 anni, il poco conosciuto James Benning: Ten Skies, ad esempio, è una poetica galleria di dieci diversi cieli, colti nel loro lento trasformarsi davanti all’obiettivo, ciascuno dei quali rimanda a un differente contesto (città, campagna) che possiamo solo immaginare grazie ai suoni ambientali.
Altro gradito ritorno è quello di Stephen Dwoskin, di cui a Rotterdam si sono visti tre lavori, tra cui il bel mediometraggio I’ll be your eyes, You’ll be mine, girato a quattro mani con Keja Kramer, figlia di Robert, e tre Nightshots, stranianti video a infrarossi che documentano altrettante performance sessuali di tre donne diverse: Dwoskin è non solo testimone ma, quasi sempre, partecipe di questa sorta di porno amatoriali, dove i gemiti deformati diventano un angoscioso sottofondo in cui il piacere si confonde con il dolore e il sesso con la morte. Ma il binomio porno e sperimentazione ritornava qua e là in altri video, come per esempio quelli del videoartista ceco Ondrej Brody, anche lui autore di un Night Shots, disgustosa e irriverente sequenza di un ano che scoreggia, nonché di Le déjeuner sur l’herbe, tableau vivant ispirato a Manet e interpretato da due pornodive e due amatori dell’hard-core.
La rielaborazione di immagini di repertorio (found footage) è un genere sempre molto selezionato a Rotterdam, con ricorrenti cineasti soprattutto di nazionalità austriaca: da Brehm a Tscherkassky a Kosakowski, quest’ultimo autore di Just Like the Movies, uno dei lavori più interessanti visti al festival, assemblaggio di spezzoni tratti da 52 film di fiction, soprattutto di genere catastrofico, che anticipano l’11 settembre: dalla skyline con le Twin Towers, al dirottamento aereo, fino allo schianto, a dimostrazione che il cinema aveva già pre-visto la realtà. Sempre basato su film di finzione è il tedesco Radar di Volker Schreiner, montaggio di sequenze con oggetti, ambienti e personaggi illuminati da torce o da altre fonti luminose. Già perché la sezione "Exploding Cinema" di quest’anno era intitolata proprio Speed of Light, a suggerire un percorso intrecciato tra film proiettati e film "esposti", che mettono in risalto la natura di architettura luminosa, di astrazione elettrica (ed elettronica) dell’immagine in movimento. Se in sala si potevano vedere esperimenti come Fuggitive l(i)ght, affascinante rielaborazione della danza di Loie Fuller, Le petit mort di Damir Cucic, piuttosto che i film di Sandra Gibson e Louis Recorder, al NAI la mostra Kinetische lich-objecten, ripercorreva un secolo di interferenze tra luce, cinetismo ed architettura; dalle immagini dei primi luna park al Lichtrequisit di Moholy Nagy, dalle scenografie di luce di Albert Speer per il nazismo alla scultura di Schoeffer, passando per Taut, Rietveld, Nouvel e arrivando fino ai moderni musei strutturati su facciate di luce cangiante.
A parte una bella mostra dedicata ai Quay Brothers, composta da una serie di set in miniatura dei loro film (dal corto Rehearsals of Extinct Anatomies al lungo The Pianotuner…), sorta di teatrini della crudeltà racchiusi in scatole di legno visibili in alcuni casi attraverso lenti deformanti, l’altra importante esposizione, Borderline Behaviour, era allestita al TENT. Il curatore, Edwin Carels, attraverso opere molto diverse tra loro – scandite dai film su monitor del nume tutelare di un pioniere del cinema come Emile Cohl –, ha costruito un viaggio, piuttosto concettuale, esplorando l’idea di "arte dopo l’animazione": dalla pellicola racchiusa in barattoli di sottaceti di Tony Conrad al serialismo fotografico di Ana Torfs, dai found-footage strutturali esposti spazialmente in light box di Peter Tscherkassky al lavoro sul dispositivo di Juliana Borinski, questa come altre mostre sul rapporto tra immagine in movimento e arti visive, oltre a suggerire intrecci inediti tra le forme espressive, sono uno dei punti di forza di un festival sempre più "espanso" che costringe lo spettatore ad uscire dal buio della sala per trovare il cinema negli spazi della città.
©Bruno Di Marino
©CultFrame 02/2007
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 I'll Be Your Eyes, You'll Be Mine di Keja Kramer e Stephen Dwoskin  Le déjeuner sur l'herbe di Ondrej Brody e Kristofer Paetau  Two Wrenching Departures di Ken Jacobs
 International Film Festival Rotterdam
| Informazioni | | Città | Rotterdam | | Quando | 24/01/2007-04/02/2007 | | Dove | Karel Doormanstraat 278b | | Telefono | (31)108909090 |
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