
Retrospettiva Robert Aldrich Torino Film Festival - XXIV edizione Continuano le giornate della 24ma edizione del Torino Film Festival con molti ospiti e sorprese. Particolare attenzione, come abbiamo già scritto, alle retrospettive con la presenza di registi come Claude Chabrol e Mick Garrii ma anche, e soprattutto, per quelle dedicate a due directors del cinema americano, con non poche cose in comune e molte diversità: Robert Aldrich, scomparso nel 1983, ma anche Joseph W. Sarno, piccolo maestro del cinema erotico, sono tutti e due registi indipendenti ante litteram che hanno avuto molti problemi con la censura e il codice Hayes ma anche testimoni di un epoca gloriosa del cinema americano che ormai non c’e’ più, e mai ci sarà.
La retrospettiva di Aldrich ci propone l’opera omnia del regista, che comincia la sua carriera come aiuto a fianco di autori come Charlie Chaplin, Joseph Losey e Jean Renoir, nel suo periodo americano. Debutta nel 1953 con Il grande alleato, un film sul mondo del baseball. E già con questa pellicola vengono delineate le sue caratteristiche che lo seguiranno fino alla fine della sua carriera che si concluderà, guarda caso, nel 1981, con un altro film sullo sport, meno celebrativo e più cinico del primo, come California Dolls, un occhio divertito e divertente sul mondo della lotta libera femminile. Una poetica quella di Aldrich che mette in scena con un realismo brutale una umanità che cerca di sopravvivere in un mondo violento e meschino. Cinema apparentemente maschile, il cinema di questo regista ha spesso al suo centro figure di donne straordinarie che rivendicano la loro indipendenza assoluta dagli uomini. Così sono le donne il motore dello straordinario noir Un Bacio e una pistola del 1955, primo film completamente Aldrichiano. Donne che decidono la sorte dell’apatico detective Mike Hammer che si trova davanti un gioco più grande di lui e di cui non capisce le regole.
Non c’è genere in cui Robert Aldrich non eccella e non riesca a dare la sua impronta personale. Che si tratti del western con le due pellicole filo-indiane che gira negli anni ’50 come Apache e Vera Cruz, con Burt Lancaster, oppure del tardo Urzala’s raid, del 1972 , sempre con Lancaster, che si tratti di film di guerra come l’urlo antimilitarista di Attack, con il recentemente scomparso Jack Palance, ma anche il sottovalutato Non c’e’ tempo per gli eroi del 1969, siamo davanti a pellicole anticipatorie e che hanno rivoluzionato, in un modo o l’altro i generi a cui appartengono.
Nel 1961 Robert Aldrich gira forse il suo western migliore con l’intenso L’occhio caldo del cielo. Scritto dal ex-blacklisted Dalton Trombo, è uno straordinario esercizio di stile narrativo che affonda le sue radici nella tragedia greca creando dei personaggi indimenticabili grazie anche ad un gruppo di attori in stato di grazia da Kirk Douglas a Rock Hudson e da Dorothy Malone a Joseph Cotten. Già nel 1955 il mondo dello spettacolo e Hollywood stessa sono stati messi sotto dura accusa dal regista con Il grande Coltello, prima pellicola indipendente del nostro, da un testo teatrale di Clifford Oddets. Ma dagli anni ’60 in poi attraverso una serie di melodrammi al limite del grand guignol, iniziati in sordina con Autumn Leaves del 1956 e una magistrale Joan Crawford, il mondo dell’entertainment diventa lo specchio della follia e della disperazione umana. La folle Bette Davis di Che fine fatto Baby Jane e Piano Piano Dolce Carlotta, la commovente Kim Novak dello strepitoso e mai veramente capito Quando muore una stella, preso come un clone del Viale del Tramonto, l’attrice lesbica di Beryl Reid condannata alla più bieca delle solitudini in L’assassinio di sister Gorge e la madre approfittatrice di Ann Sothern ne La madre più grande di tutti, sono tutti esempi di cosa pensasse questo regista straordinario dell’ambiente del cinema e dei personaggi che lo popolano.
Un mondo sul procinto di scoppiare, pieno di invidie e meschinità che continua a nutrire anche il resto del cinema di Aldrich: dai patrol movies come il disperato Il Volo della Fenice del 1965 e il celebre Quella Sporca Dozzina del 1967 e persino il prison movie Quella Sporca Ultima Meta. Un discorso a parte meritano comunque il gangster film Niente Orchidee per Miss Blandish con la sua carica di violenza che troverà più tardi in Martin Scorsese e certi suoi film un ideale successore, l’inclassificabile e monumentale L’imperatore del nord, che abbiamo visto qui a Torino in versione integrale e Ultimi Bagliori di un crepuscolo, una pellicola che offre uno dei ritratti più impietosi della politica americana e dei livelli del pensiero politico di quel paese, in cui il regista ritrova per l’ultima volta il suo alter ego Burt Lancaster. La carriera cinematografica di Robert Aldrich si conclude apparentemente sottotono con alcune pellicole a torto considerate minori ma comunque squisitamente personali grazie anche a quella ironia e a quel senso del grottesco che non sono mai mancati alle pellicole maggiori (o meglio più celebrate): I ragazzi del coro un ritratto al vetriolo della polizia americana e Scusi, dov’è il West ancora un western, contaminato con l’umorismo yiddish più radicale e che dà a Gene Wilder uno dei suoi ruoli più geniali al di fuori del cinema di Mel Brooks. Insomma un autore tout-court mai veramente esplorato e troppo presto dimenticato.
Nikola Roumeliotis
©CultFrame 11/2006
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