
Last Days Gus Van Sant Blake è una giovane e disperata star del rock. Vive infatti una condizione di estrema sofferenza psicologica e di fragilità mentale. Passa le sue giornate in una vecchia e grande casa di campagna insieme a degli amici, persi come lui. La sua mente è ormai consumata da un delirio dal quale non riuscirà più ad uscire.
Così, il giovane penetrerà sempre più in un abisso di solitudine al quale non sarà più in grado di sottrarsi. Il suo isolamento si farà sempre più pesante, fino a quando non rimarranno molte alternative esistenziali
Recensione
Il fattore che differenzia un regista commerciale da un autore di cinema è la questione dello stile. Nel primo caso l’appiattimento sui codici sperimentati e sulle norme dei generi produce opere certamente professionali ma prevedibili. Nel secondo, invece, lo spettatore viene proiettato in un universo visuale e narrativo autonomo e lontano da schematismi e formule rigide.
Quest’ultimo è il caso del cinema di Gus Van Sant, senza dubbio uno dei più significativi autori americani attualmente in attività.
Già con il gelido e scioccante Elephant, Van Sant aveva positivamente messo a punto un’architettura espressiva personale e toccante. Ora, con il recente Last Days, l’universo poetico ed estetico de l’autore di Drugstore Cowboys ha trovato una sua definitiva collocazione nell’ambito del panorama autoriale internazionale.
Il punto di riferimento narrativo è certamente il racconto sostanziosamente rivisitato della fase conclusiva della vita della rock star (leader dei Nirvana) Kurt Cobain. Ma Van Sant non si è certo impelagato nell’elaborazione di un film di carattere cronachistico-biografico. Ha giocato intelligentemente la carta della decontestualizzazione rispetto al personaggio realmente esistito, cambiando nome al protagonista e lavorando sul racconto senza lasciarsi distrarre da stereotipi o fenomeni di mitizzazione mediatica.
Ne è venuto fuori un lungometraggio fortemente doloroso, psicologicamente duro, denso di angoscia e tristezza. La devastante materia poetica manipolata dal regista avrebbe potuto rappresentare un territorio pieno di insidie per qualsiasi filmmaker. Invece Gus Van Sant ha giustamente calibrato tutto intorno al suo stile: inquadrature pulite e perfettamente equilibrate, ricerca di simmetrica, lenti movimenti di macchina, uso della steadycam, colori spenti e luce cupa. Ed ancora: lunghi silenzi e dialoghi ridotti al minimo, senso di vuoto e di ripetitività, atmosfera algida e tragicamente implosa.
Blake, il protagonista, è ormai completamente risucchiato nell’abisso del nulla. Ogni fattore esistenziale ha perso qualsiasi significato, così allo scorrere inesorabile e drammatico di ogni giornata corrisponde un progressivo inoltrarsi nel baratro della vacuità cosmica. Unica salvezza, dunque, è la morte, conseguenza finale non valutata tragicamente ma accolta con un compassato senso di liberazione, come la sola via di uscita di fronte ad una situazione umana e interiore ormai insostenibile.
Last Days è un’opera di magistrale misura creativa, la prova evidente della maturità poetica di Gus Van Sant, il quale sembra essere un corpo estraneo nel contesto del cinema made in USA.
Di estrema intensità la recitazione di Michael Pitt nei panni del protagonista. L’attore, infatti, ha saputo fornire, nonostante tutte le difficoltà del caso, un’identità al suo ruolo, puntando (guidato in ciò da Van Sant) sulla sottrazione espressiva. Da notare che uno dei personaggi che ruotano intorno alla figura di Blake è interpretato con bravura da Asia Argento.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 05/2005
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