
Spartan David Mamet Un agente dei servizi segreti americani si trova a dover risolvere un caso molto delicato. La figlia del Presidente degli USA è sparita dalla circolazione, e si teme sia stata rapita da individui che non conoscono la vera identità della ragazza.
Le indagini saranno complicate e pericolose, fino a quando l’agente sarà costretto a recarsi a Dubai alla ricerca della giovane. Nella città degli Emirati Arabi si renderà conto che la realtà è molto diversa rispetto a quella che lui aveva sempre creduto e si troverà a dover risolvere una situazione decisamente complicata.
Recensione
Commediografo, sceneggiatore, regista, David Mamet è uno dei cineasti più lucidi e stimolanti del panorama americano. Nove lungometraggi rigorosi, e realizzati al limite della perfezione, lo collocano in una dimensione autoriale alta. Eppure, il suo cinema, magnetico e astratto, mantiene un legame fortissimo con i generi e con un linguaggio che potrebbe essere definito popolare.
La sua ultima opera è una spy-story in piena regola (più accessibile di così…) ed è una magnifica struttura audiovisiva nella quale ogni elemento sta al suo posto e svolge una funzione fondamentale per lo sviluppo della vicenda.
Spartan è un capolavoro nell’ambito del cinema di spionaggio ma non si limita a esporre un intreccio complesso e ben fatto: va ben oltre. Descrive, infatti, con una lucidità impressionante i meccanismi mediatici contemporanei e la concezione della politica americana: una concezione spregiudicata e cinica che insegue come unico obiettivo quello di vincere le elezioni e mantenere il potere (ma forse è così dovunque).
Dunque, Mamet rivolge il suo sguardo duro ma equilibrato verso la società che ha generato il suo stesso genio e all’interno della quale opera liberamente. Questa non è una contraddizione poiché Mamet rappresenta una figura artistica centrale in uno Stato democratico; rappresenta la voce critica di un Paese, voce in grado di far emergere contraddizioni e fattori negativi con la sola forza della poesia e delle idee.
Spartan è un’autentica lezione di cinema che tutti gli aspiranti cineasti dovrebbero studiare nei minimi dettagli.
La storia corre sempre sul filo dell’inverosimile ma non oltrepassa mai questo limite, riuscendo in tal modo a svelare freddamente la perversa corruzione di un sistema politico che invece viene propagandato dai mass media come un esempio cristallino di democrazia. Mamet mette in campo tutta la sua abilità di sceneggiatore e di regista. Il racconto è secco, pulito, matematico, algido. Niente orpelli, frasi inutili, dialoghi superflui. Questa nettezza nella scrittura si sposa perfettamente con un impianto formale di impressionante armonia estetica e stilistica. L’uso espressivo degli obiettivi, la maniacale composizione delle inquadrature, la puntigliosa geometria dei movimenti di macchina, l’elegante ricerca cromatica, tutto è finalizzato alla struttura comunicativa del racconto audiovisivo. Non sono riscontrabili compiacimenti estetizzanti né componenti narrative prive di valore.
Su questa straordinaria architettura creativa si poggia anche la recitazione del protagonista, assolutamente intonata al film stesso. Val Kilmer riesce grazie al rigore di Mamet a costruire la maschera dell’agente segreto americano che crede ciecamente nel suo ruolo di difensore della patria. La sua fissità espressiva, la sua forza fisica, il suo coraggio, la sua determinazione sono il rovescio della medaglia dei sentimenti che prova interiormente ma che è stato abituato, per mestiere, a non dimostrare. Questo personaggio è oltretutto tipico del mondo poetico di Mamet, un personaggio stritolato da un ingranaggio del quale fa parte e che crede ingenuamente di dominare mentalmente.
In definitiva, dopo aver esaminato tutte le sue parti, Spartan può essere considerato un film americano di notevole spessore che riesce a trovare una valida mediazione tra cinema d’autore e spettacolo popolare, nel senso più nobile del termine.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 01/2005
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