
The Ladykillers Joel e Ethan Coen Un professore sudista, attraverso un annuncio sul giornale, mette insieme una banda per svaligiare la Bandit Queen, un battello-casinò il cui cavò è situato sottoterra. Per far questo si finge musicista ed affitta una stanza nella casa della vecchia Mrs. Munson. Il colpo va a buon fine, ma l'anziana signora fiuta qualcosa e la situazione, inevitabilmente, si fa più complicata.
Recensione
Ci sono registi che fanno film non necessari (Soderbergh), autori che realizzano geniali capolavori (Tarantino), e altri che fanno quello che possono in modo onesto e pulito (Verbinski). Joel e Ethan Coen appartengono sicuramente alla categoria di mezzo, fatta di gente capace di costruire un proprio universo poetico, autonomo e coerente, a partire dalle tracce del cinema già stato, evitando però la palude della citazione stanca e dell'omaggio esangue, trabocchetto sempre in agguato nella Hollywood che ricicla se stessa. La filmografia dei due fratelli di Minneapolis è un continuo inseguire la storia dei generi, dalla commedia sociale anni '30 in Mister Hula Hoop a quella del "rimatrimonio", per usare l'espressione di Stanley Cavell, nel recente Prima ti sposo, poi ti rovino. E cos'era Il grande Lebowsky se non una personale rilettura, splendida e scassata, del chandleriano-hawksiano-faulkneriano "grande sonno". Probabilmente la più riuscita tra le loro pellicole degli anni '90, perché capace di saccheggiare un immaginario, cinematografico e non solo, per poi scheggiarlo e farlo collassare, costruendovi sopra un'architettura stramba, sbilenca e bellissima, pienamente autosufficiente. Dopo questo, altri tre lavori, tuttavia non all'altezza di opere come Fargo e Il grande Lebowsky.
Con Ladykillers, i Coen continuano a fare i conti con i fantasmi del cinema, questa volta attraverso l'operazione dichiarata del remake. La matrice è La signora omicidi, commedia britannica del 1955 diretta da Alexander Mackendrick ed interpretata da Alec Guinness e Peter Sellers. L'ambientazione però si sposta, e da Londra si passa ad una cittadina del Mississippi, con tutto il precipitato sudista, fatto di cori gospel e chiese battiste, sceriffi addormentati sulle sedie e case con veranda. Alla porta di Mrs. Munson, annunciato da un tremolio di candele, come in un racconto di spettri, fa la sua entrata in scena il paludato Professor Goldthwait Higginson Dorr (Tom Hanks). Dice di essere in riposo sabbatico e affitta camera e scantinato per mettere a segno un colpo grosso, aiutato da una banda di spiantati che comprende un ragazzo di colore, un giocatore di football suonato, un factotum con problemi intestinali ed un ex generale indocinese. Nella provincia i Coen si muovono a proprio agio, dipingendo un posto fuori dal tempo, aiutati in questo dalla fotografia di Roger Deakins, che richiama effetti da dagherrotipo all'interno della dimora di Mrs. Munson e da racconto gotico nei notturni sul ponte. Il "grande vecchio" è invece un canale denso e verdastro, solcato da chiatte che trasportano pattume. Qui finiranno, uno ad uno, i membri della banda, in un finale ad eliminazione reciproca. Ma come insegna Howard Hawks, per andare nell'aldilà, inferno o paradiso che sia, è necessario essere tutti interi. E il gesto del gatto dal ponte, che ricompone la menomazione del signor Pancake è il colpo di coda di un film che non ha la genialità di certe pellicole precedenti, ma che comunque scivola via, liscio come il Mississippi.
I Coen ormai girano un film all'anno e sembrano aver raggiunto uno standard medio alto, che garantisce compiti ben fatti ma non capolavori. Forse, giunti a questo punto, dovrebbero fermarsi un attimo.
Manuel Bellicchi
©CultFrame 06/2004
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