
Il Vangelo secondo Matteo Pier Paolo Pasolini La vicenda della vita, della passione e della crocifissione di Cristo nella rielaborazione pasoliniana del Vangelo di Matteo.
Film di grande spessore poetico e stilistico fu presentato, tra le polemiche, al Festival di Venezia del 1964 (premio speciale della giuria, premio fipresci) ed oggi è di nuovo nelle sale italiane in versione restaurata.
Recensione
Ci sono film che crescono con il tempo e soprattutto nel confronto con le opere che trattano la stessa materia. E’ il caso de Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, di nuovo nelle sale in versione restaurata, girato nel 1964 in gran parte a Matera, negli stessi luoghi utilizzati dal mistic-horror di Mel Gibson.
Il film di Pasolini è memorabile per la semplicità e l’emozione con cui rappresenta la vicenda evangelica, ma anche per l’evoluzione che determinò nel linguaggio espressivo pasoliniano. All’inizio della lavorazione Pasolini aveva adottato il suo solito modo di girare, fatto di inquadrature frontali e lente panoramiche, una tecnica dall’andamento solenne, quasi sacrale, la stessa usata con esiti felici per rappresentare il mondo sottoproletario di Accattone e Mamma Roma, ma che non funzionava in quest’occasione. La delusione è sconvolgente: "ho fatto delle cose orrende – scrive Pasolini nelle note di lavoro – in proiezione, dopo la visione dei primi giorni di girato, sono stato sul punto di arrendermi".
Rappresentare gli episodi del Vangelo con la tecnica di sempre è come ricalcare delle immagini già impresse nella mente. Quello che per Accattone era "scandaloso" ed efficace, per il Vangelo diventa scolastico e formale. Un Cristo ieratico non è il Cristo che vuole Pasolini, una panoramica solenne, maestosa, sugli apostoli che ascoltano il Messia non suscita emozione, è banale. In pochi giorni e poche notti Pasolini rivoluziona il progetto stilistico del film, comincia d usare obiettivi per lui nuovi e più raffinati – invece del solito 50 fa dei primi piani col 25 oppure col 100 o addirittura col 300, che gli consente di salvaguardare il tono documentaristico ma anche di schiacciare e rendere più pittoriche le figure e i personaggi; usa il teleobiettivo per girare da lontano la lunga sequenza della strage degli innocenti, ma anche per "rubare" le espressioni talvolta incerte e quindi ancora più naturali delle comparse; usa la macchina a mano per rendere lo stile concitato della cronaca, per "drammatizzare" i due processi davanti a Caifa e Pilato – tutti spiati da dietro la nuca degli spettatori che assistono alla scena. Infine, anziché rispettare la simmetria delle inquadrature – campo/controcampo – e delle panoramiche che introducono e spezzano il primo piano del personaggio o il dettaglio del gesto, Pasolini utilizza una grammatica più imprevedibile: ad esempio, gira la stupenda sequenza del "discorso della montagna" in studio, con un’unica inquadratura fissa su Gesù, solo cambiando la luce – dal giorno pieno alla notte e di nuovo al giorno – a sottolineare il succedersi delle ore e delle stagioni, e a rompere la temporalità realistica dell’evento.
Anche per queste innovazioni stilistiche, Il Vangelo secondo Matteo è il film più libero e ispirato di Pasolini, dove anche le concessioni a un autobiografismo un po’ meccanico (il ruolo della Madonna anziana affidato alla madre del regista, gli apostoli interpretati da amici intellettuali come Alfonso Gatto, Enzo Siciliano, Giorgio Agamben) rendono l’operazione cinematografica più vera e umanamente coinvolgente.
Il Cristo pasoliniano è un’invenzione di pura poesia, riproposto attraverso lo sguardo di un testimone privilegiato come Matteo. Un Cristo duro e non riconciliato, mite con i bambini, iracondo con i mercanti (la furia con cui li scaccia dal tempio), veemente contro gli ipocriti, gli scribi, i farisei, e intransigente nella fede. Infatti, il film indica come auspicio (purtroppo utopico) quel tanto di rivoluzionario che c'è nel rigore morale e nella corretta applicazione delle regole evangeliche. Di fronte al Cristo di Pasolini c’è il popolo. Una specie di coro ejzensteiniano, fatto di volti in primo piano, di espressioni assenti o ilari; che è anche un tipico coro pasoliniano, il sottoproletariato muto testimone di una vicenda che lo vede subalterno, coro di figuranti anonimi e passivi, che soffrono e non lottano, che si affidano ancora una volta a una speranza troppo lontana.
©Piero Spila
Per gentile concessione del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – CineCriticaWeb
CultFrame 04/2004
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