
L'odore del sangue Mario Martone Carlo (Michele Placido) e Silvia (Fanny Ardant) sono sposati da oltre venti anni. Un’inviato di guerra ripiegato su se’ stesso per scrivere un libro che non vede la luce, una bellissima manager, che si sente sola e trascurata dalle prolungate assenze del marito, una casa romana di lusso e una casa in campagna immersa nel verde più lussureggiante. Da tempo la coppia adotta comportamenti sessuali non esclusivi, condividendo nei momenti dell’intimità coniugale i racconti delle rispettive conquiste ed ardori fuori dal matrimonio.
Recensione
Arriva nelle sale, vietato ai minori di 14 anni, l’atteso quarto lungometraggio del napoletano Mario Martone, liberamente ispirato al romanzo postumo di Goffredo Parise (grande giornalista e scrittore italiano che ha avuto nella realtà una vita molto simile al personaggio Carlo), edito in Italia con lo stesso titolo da Bur-Rizzoli. Dopo tanto teatro, documentari e fiction, Martone, con l’inseparabile aiuto-regia Andrea De Rosa, firma la direzione e la sceneggiatura, mentre la fotografia è affidata a Cesare Accetta e Fabrizio Novelli.
L’odore del sangue è girato tra Roma, Venezia, Selinunte, le campagne venete e laziali, il viterbese, coste meravigliose e spaccati di interni ed esterni dei Mercati di Traiano e di case nobiliari sparse nei luoghi più belli visitati dalla macchina da presa. Il film tratta una storia assai dura, lunga (troppo) attorno all’amore e alla disperazione prodotta dal troppo amarsi, complicata e forse involuta dal rifiuto dei protagonisti di arrendersi alla vecchiaia del corpo, una certa incapacità a reggere da veri libertini i morsi della passione insana e insieme innocente, la solitudine, il senso di rifiuto dopo aver vissuto tutto, ma proprio tutto il bene del mondo con il proprio compagno.
Il primo romanzo della scrittrice spagnola Almuneda Grandes, Le Età di Lulù, racconta mirabilmente il passaggio dalla voracità sessuale al limite estremo e alla fine profetizza il pericolo dell’incosciente scavalcamento del confine tra normalità e insanità sessuale senza un’adeguata rete di paracaduti. Silvia, spinta pervicacemente da un senso di abbandono da parte di Carlo, si convince che il godimento sessuale arriva da una progressiva fase di punizione e di sottomissione ad appetiti poco ragionati, frutto di compulsione ed ossessione. Carlo, da parte sua, impegnato nella sua professione e in una relazione con Lù, giovane e mascolina allevatrice di cavalli che sembra donargli ancora il senso della giovinezza, si accorge di avere una moglie soltanto quando la vede realmente rapita da una relazione che sembra insignificante e che la porterà alla dannazione completa e ad una fine tragica, nonostante ami Carlo, o dica di amarlo.
Il film si apre con una (e resta l’unica) immagine fotograficamente riuscita del film: una scogliera blu trattata come un quadro, grazie a un lievissimo fermo immagine. Ma la pellicola non convince. Troppo realismo e teatro all’inizio della storia. Stonato come una battuta fuori tempo, il dialogo di apertura dei personaggi tradisce un’impostazione della voce da palcoscenico di teatro di prosa, e tutta la prima mezz’ora del film ha inquadrature di esterni ed interni troppo neo-realiste. Dopo una sbornia obsoleta di verismo - neanche il migliore di martoniana memoria, come quello dello splendido Amore Molesto - il regista indulge nella soffusione di particolari architettonici (invero belli e ben scelti) e di trame di colori, che mal si legano all’evoluzione del plot. Che, in sostanza, è e resta un dramma, monco e indeciso se occuparsi principalmente di libertà sessuale o maturità d’amore. Tra le due ipotesi, appare più verosimile descrivere il film come un ultimo canto di due cigni, frustrati, troppo intelligenti e colti per capire che la cosa più semplice da fare è ascoltarsi veramente. Il contenuto della storia è troppo grande per essere ridotto con l’equità giusta di tutte le sfumature e la scelta di sceneggiare i personaggi in blocchi di partiture non facilita la cattura delle tante e interessanti volute della storia. Il film cresce solo verso la fine, quando il dialogo tra i protagonisti si evolve e matura un poco. Ma la componente voyeuristica è talmente alta che non si tratta solo di maturazione stilistica del dialogo, ma di più particolari a disposizione dello spettatore per comprendere l’intreccio patologico e la deriva verso l’abisso di Silvia come l’inazione di Carlo, che vuole solo i particolari del sesso extra-coniugale della moglie e non i veri stati d’animo che lei attraversa.
Peccato per L’odore del sangue: non ha la magia e la carnalità di L’amore molesto e non ha la sottile poesia di Morte di un matematico napoletano. Martone sembra stanco, sintatticamente indeciso se privilegiare l’introspezione o l’architettura di scena. Alla fine cerca di fare entrambe le cose. Senza emozionare. Splendida prova dell’Ardant in un personaggio difficilissimo, mentre delude Placido, in uno sforzo perennemente caricaturale nel confronto con il parossismo e la vecchiaia senza tradire vere emozioni. Il film è un album di luoghi stupendi, un viaggio in un’Italia da sogno e i costumi sono la ricerca più riuscita del film.
Diana Marrone
©CultFrame 04/2004
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   L'odore del sangue Mario Martone
 IMDb. Mario Martone - Filmografia Mikado
| Crediti | | Titolo | L'odore del sangue | | Regia | Mario Martone | | Sceneg. | Mario Martone (dal romanzo di Goffredo Parise) | | Fotografia | Cesare Accetta | | Montaggio | Jacopo Quadri | | Scenog. | Sergio Tramonti | | Costumi | Paola Marchesin | | Interpreti | Michele Placido, Fanny Ardant, Giovanna Giuliani, Sergio Tramonti | | Produzione | Donatella Botti | | Paese | Italia | | Anno | 2003 | | Durata | 100 min. |
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