
The Company Robert Altman Storia di una compagnia di balletto, la Jeoffrey di Chicago, unico protagonista della pellicola. Nulla di più, un documentario dentro e attorno alla danza: passioni, privilegi e stenti della vita di ballerini americani di professione diretti da un egocentrico, severo ma amato capo italiano, Mister A, sospeso perennemente tra ricerca di fondi per la compagnia e ricerca della perfezione del gesto tersicoreo.
Recensione
La giovane protagonista di un commovente, lieve e complesso passo a due, si infortuna durante le prove e viene sostituita dall’altrettanto giovane (Neeve Campbell), una tenacissima danzatrice dai tratti ispanici, che divide la sua vita – senza lamenti o emozioni apparenti – tra la compagnia Jeoffry e il lavoro al bar di notte. Con poche evasioni, una cena con le amiche di sempre e una solitaria partita a biliardo. Questa è la storia principale che conduce l’intera pellicola.
La vita di ogni ballerino della compagnia è raccontata unicamente in scene di interni, divoranti e intensi movimenti attorno alla danza e alla brama di riuscire. Di primeggiare e di seguitare a migliorare la propria carriera. La macchina da presa segue in tutto i momenti della vita della compagnia: prima e dopo gli spettacoli, durante le riunioni concitate o il montaggio dei balletti, durante la nascita della coreografia (in scena, oltre a tutti i ballerini, recitano i veri coreografi) e nel tempo libero dalle prove (che i ballerini spendono insieme).
Robert Altman delude, il suo granitico mondo descrittivo si fa pallido in The Company. Il film è un mondo di interni senza praticamente alcuna scena di esterni (se si eccettua un androne di un ristorante durante un 31 dicembre e uno scorcio di binari dalla finestra di casa della protagonista). Ogni azione si svolge dentro il teatro stabile della compagnia, sale prove e palchi, stipate sale riunioni. Altman descrive splendori e miserie di quel microcosmo senza alcun sentimento, fossanche il suo proverbiale cinismo. Tutto è lieve, senza carattere, senza forza. Se l’intento del regista era costruire un tema filmico attorno alla danza, non ci è riuscito. Distante anni luce dal pathos di Chorus Line, di pellicole più semplici ma memorabili come Footloose, Flashdance e l’insuperato blockbuster per ragazzine (e ragazzone) Dirty Dancing, questo film sulla danza potrebbe essere un documentario, in qualche senso. Ma a parte qualche riuscita scena che raggruma il senso del gesto e dell’interpretazione del passo, dalle prove, fino ai costumi e alla messa in scena finale (come il balletto a uno della danzatrice con la corda, uniche scene bellissime del film), il regista perde l’asse del racconto e non offre quindi neanche una somma per immagini della storia e della vita di questa compagnia, come ci si aspetterebbe da una docu-fiction. Nel film praticamente non accade nulla: infortuni, storie d’amore che iniziano e finiscono, drammi attorno alla sessualità, tutto è annegato in uno schema tritatutto delle passioni che rende la pellicola senza alcun sapore.
Diana Marrone
©CultFrame 03/2004
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