
Agata e la tempesta Silvio Soldini Agata vive a Genova dove gestisce una libreria e porta avanti una relazione con un uomo più giovane di lei. Un giorno il suo equilibrio verrà sconvolto da un cambiamento importante: quello che ha sempre creduto essere suo fratello, Gustavo, in realtà ha genitori diversi dai suoi. Per la bella libraia e il "falso fratello" inizierà così la ricerca della verità, ricerca che li porterà dalla Liguria alla Romagna alla scoperta di incredibili e stravaganti "parenti" di cui non immaginavano, neanche lontanamente, l’esistenza.
Recensione
Uno dei procedimenti d’obbligo quando, in ambito critico, ci si rapporta alla carriera di un autore cinematografico, è verificare il suo percorso registico, cercando di cogliere elementi positivi e negativi ed eventuali contraddizioni. Cineasti del calibro di Alfred Hitchcock, John Ford o Federico Fellini sono stati in passato "accusati" di essere stati vittime di un eccesso di coerenza tematica e stilistica, quasi di manierismo. Ebbene, al contrario di questi grandi maestri esistono invece registi la cui caratteristica principale è quella di girare sempre opere diverse.
A questa seconda categoria appartiene, a nostro avviso, Silvio Soldini, uno dei cineasti più acuti e raffinati del panorama contemporaneo italiano. Da L’aria serena dell’ovest (1990) a Un’anima divisa in due (1993), da Le acrobate (1997) a Pane e Tulipani (2002), fino a Brucio nel vento (2001) e al recente Agata e la tempesta (2004), Soldini ha attraversato svariati territori espressivi, realizzando, sempre e comunque, lungometraggi mai banali.
Con Agata e la Tempesta, si è tuffato nuovamente nel clima della commedia, facendo però un passo in avanti rispetto a Pane e tulipani. Ha infatti esaltato determinati aspetti stilistici e poetici che possono essere ricondotti ad atmosfere tendenzialmente surrealiste. La struttura della vicenda ha un’impostazione quasi onirica, certamente concentrata su tecniche che potremmo definire di straniamento. La storia percorre il filo sottile che divide realtà e immaginazione, riflessione psicologica e deriva dei sentimenti, narrazione minimalista e dilatazione visionaria.
Agata vive in un mondo suo, diviso tra l’amore per i libri e quello verso un uomo più giovane che, in alcune occasioni, confonde con un sosia. Suo fratello scopre di avere altri genitori e di provenire da un universo contadino/romagnolo che forse non esiste più. Un terzo "fratello" affronta la vita come un gioco, tra la vendita di abiti femminili kitsch, l’affetto sincero nei confronti della moglie inferma e una gioiosa bulimia erotica che lo spinge a sedurre in continuazione delle sconosciute. Tutti e tre cercano una loro strada e finiscono per incontrarsi umanamente in una dimensione interiore quasi fantastica che li porterà a condividere il desiderio di vivere pienamente un destino "altro" e comune, lontano dai meccanismi tradizionali della società.
Silvio Soldini, seppur con intelligenza ed eleganza, ha cercato di estremizzare taluni fattori visuali ed ha giocato la carta, già sperimentata con modalità differenti ne L’aria serena dell’ovest della coralità dei personaggi. Ed è stata proprio questa scelta a provocare i maggiori problemi al film. L’intreccio diventa, infatti, con la progressiva evoluzione della storia approssimativo e forzato, al punto che lo spettatore fatica ad orientarsi emotivamente nella complessa architettura dei ruoli. A questa proliferazione di anime in cerca di un’identità possibile corrisponde una cifra stilistica favolistica e una narrazione eccessivamente distesa che, in diversi passaggi, appare fin troppo fiacca.
Agata e la tempesta è, dunque, un’opera più che dignitosa, ottimamente girata e fotografata, che non riesce però a trovare un proprio centro di gravità permanente, un ritmo credibile.
Notevoli e ben diretti tutti i protagonisti, a cominciare dalla mediterranea e sensibile Licia Maglietta, figura femminile allo stesso tempo erotica e rassicurante, sempre accarezzata da una macchina da presa morbidamente aderente al suo corpo, alle sue forme e al suo volto.
David Arciere
©CultFrame 03/2004
|
|
|