
Marina Abramovic Balkan Epic Fino al 23 Aprile l'Hangar Bicocca ospita Balkan Epic, antologica della più celebre delle artiste della performance, la serbo-montenegrina Marina Abramovic. Sono esposte sei opere video: un nuovo lavoro (Balkan Erotic Epic) e cinque video tratti da performance realizzate tra il 1997 e il 2003. Tutti i video in mostra sono post prodotti e distribuiti (per successive mostre) dal Netherlands Media Art Institute Montevideo/Time Based Art, il prestigioso istituto olandese.
Questa mostra segue, per l'artista jugoslava, un intenso periodo di sperimentazione culminato con una performance al limite estremo della sua resistenza fisica (Seven Easy Pieces, New York). E nasce da una curiosa proposta di lavorare sul "porno" inviatale da una casa di produzione americana. Defedata da Seven Easy Pieces, Abramovic accetta di sperimentare questo tema e si concentra sulle radici popolari della sua cultura di provenienza - in particolare sul senso dell'energia erotica e sulle sue applicazioni nella vita quotidiana.
L'ottimo catalogo della mostra, edito da Skira, contiene lucide ed accattivanti interviste sulla nascita e sulla incredibile lavorazione teatrale di Balkan Epic. I Balcani sono terre lontane dal Vaticano ed il sesso, in tutte le sue forme: rituali e collettive, viene visitato e percepito con libertà e con gioia - spesso innestato ai cicli delle nascite, della coltivazione, della propiziazione.
La mostra scorre nella navata laterale e sono state create altrettante quinte per ogni opera. Balkan Erotic Epic è un titolo che comprende due opere (un'installazione video su tre schermi ed un film di 12 minuti). L'opera - dalla fotografia bunueliana - mostra tre parti che raffigurano altrettanti riti propiziatori eseguiti da gente comune, scritturata e istruita dall'artista. Un gruppo di donne in costume tipico danza in un prato verdissimo sotto la pioggia, scoprendosi ripetutamente la gonna e mostrando - sadiche, sommesse e scomposte - ognuna secondo la sua fisicità - la vagina. Oppure strizzandosi i seni con le mani, offrendoli al cielo. Disseminati in vari punti, alcuni cartelli mostrano leggende popolari e fanno da contrappunto alle immagini: accanto a questi video si scopre che gli uomini serbi sono usi spalmare il pene tra i seni delle loro donne gravide prima del parto per assicurare una buona nascita. Oppure che, prima di coltivare un terreno, erano soliti masturbarsi per condire con il loro seme il terreno arato prima della semina. Le immagini proseguono con un altro prato verdissimo, stavolta senza pioggia: un gruppo di uomini nudi riversi qui e là copulano con la terra. Più avanti, una fila di uomini in costume con la patta aperta fanno mostra dei loro organi, inclusi i testicoli, in erezione. Si tratta di un video a camera fissa ma all'inizio sembra di guardare una fotografia: piccoli e impercettibili cambi dell'erezione restituiscono la lividezza dei gesti, attentamente orchestrati dall'artista, regista e creatrice di ognuna delle azioni raffigurate.
I colori della tappezzeria del video della fila di uomini eccitati (il rosso e nero del simbolismo indiano poi ripreso dalla svastica) continuano più avanti in un altro dittico di immagini in cui donne ritratte a mezzobusto, con i lunghi capelli rovesciati a coprire il viso, si percuotono ripetutamente e violentemente con un teschio in mezzo ai seni.
Nessuna delle immagini - forti, estetiche - utilizza il sesso per stupire o per affamare i sensi. L'operazione, afferma l'artista, vuole portare il sesso in mezzo alle persone per restituire riti antichi - incentrati sulla corporeità e sull'essenza della vita - alla spiritualità che sembra essere ormai sparita quando si parla di sesso. "Considero queste mie opere (...) come una sorta di conferenza, molto educativa. Propongo di ritornare un po' indietro nel tempo e di vedere come tutto questo si ricollega alle radici della nostra cultura."
In mostra, oltre a Balkan Erotic Epic, Balkan Baroque, la performance con cui l'artista ha vinto il Leone D'Oro nel 1997 a Venezia. Un trittico raffigura Abramovic che impersona un medico che racconta la leggenda del Ratto-Lupo, un cantante da osteria. Gli altri due lati sono occupati dalla madre e dal padre dell'artista. Di fronte al trittico tre grandi catini di rame colmi di acqua scura e un video circondato da un mucchio di ossa: si tratta delle ossa appena macellate che per 22 ore l'artista, fino allo sfinimento, pulì dalle cartilagini con spazzola e sapone. In quella performance l'artista cantava senza sosta delle nenie in lingua madre. Adesso, la nenia cantata nel video è la storia suggestiva del Ratto-Lupo: come i serbi uccidono i topi. Annegano la tana, fanno uscire i roditori e li catturano privandoli del cibo. I topi di solito, pur essendo instancabili mangiatori a causa del loro metabolismo e per l'esigenza di limare i loro denti in rapida crescita, non mangiano i loro simili. Spinti dalla necessità, si mangeranno tra loro e l'unico a sopravvivere sarà il Ratto-Lupo, utilizzato poi per sgominare altre tane e altri simili, se opportunamente sguinzagliato.
Il tema della guerra, della sopraffazione e della crudeltà, viene ripreso in Count on Us, performance del 2003 che riprende una sua performance del 1975, in cui stava per bruciare viva. Allora una stella di legno in cui si era chiusa dopo aver appiccato il fuoco: oggi una stella composta da bambini messi per terra a simboleggiare la bandiera della loro terra e la prostrazione. In mostra anche The Hero, video di una sua performance in sella, immobile, ad un cavallo bianco con in mano una bandiera bianca: Abramovic cede piano, impercettibilmente, solo dopo ore, a causa del vento che la sferza in cima alla collina spagnola scelta per girare la scena.
Tesla Urn è un omaggio a Nicola Tesla: l'artista usa l'urna delle ceneri dello scienziato come punto di energia e vi impone le mani sopra.
Nude With Skeleton, che riprende il tema delle ossa, è un'immagine che non proviene da una performance dal vivo (che pure più volte ha eseguito, come nel 2005 da Lia Rumma, che collabora alla mostra milanese e che è la sua galleria di riferimento in Italia): l'artista, nuda, giace con uno scheletro.
Imponente, l'esibizione necessita di un tempo lungo per una completa comprensione e lo spazio immenso dell'Hangar, senza abbondanti sedute e immerso in un freddo polare, sfida le capacità di resistenza dei più indomiti art victims.
L'Hangar Bicocca è un progetto di museo per l'arte contemporanea di Pirelli RE situato nel nuovo quartiere edificato a Nord di Milano attorno ad un primigenio nucleo di residenze operaie e di fabbriche quasi del tutto dismesse. E' a pochi passi da un multiplex, da edilizia residenziale e business, un'università e il teatro che ha ospitato le stagioni de La Scala durante la ristrutturazione. Ed ospita ancora - in via permanente - i palazzi Celesti di Kiefer: le imponenti sculture - torri in casseforme di cemento - dominano il centro della navata e troppo l'intero spazio espositivo, ancorché sterminato. Questa esibizione è curata da una ONG attiva nel campo dell'arte e dei diritti umani (con sede a Ginevra ed antenne in Italia e in varie parti del mondo): ART for The World, diretta da Adelina von Fürstenberg e coordinata, nella sede milanese, da Anna Daneri. L'alternanza di gruppi curatoriali nella proposizioni di interventi artistici (la precedente mostra dell'artista Mark Wallinger era curata da un'associazione milanese) si insinua negli spazi laterali all'installazione permanente che sembra usurpare una porzione totalitaria di spazio. Non è semplice gestire uno spazio immenso come l'Hangar (un blocco unico di oltre 15.000 metri quadri che termina con un corpo separato, un altro enorme volume lasciato più libero alla fruizione: forse l'unica carta bianca su cui meglio si potrebbero concentrare esperienze di musealizzazione in ex spazi industriali).
Diana Marrone
©CultFrame 01/2006
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