
Videozoom - Videoartisti iraniani Beams of Blue In campo cinematografico gli autori iraniani sono ormai autentiche star dei festival internazionali. Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Samira Makhmalbaf, Jafar Panahi, Babak Payami, Marziyeh Meshkini ad ogni loro partecipazione riescono ad aggiudicarsi premi, spesso importanti. Si sostiene in alcuni ambienti cinematografici come tali cineasti realizzino scientificamente dei film da "evento internazionale", film che, oltretutto, piacciono molto ai critici occidentali. Ciò, comunque non può evitare una considerazione oggettiva: i lungometraggi iraniani degli ultimi quindici anni hanno spesso lasciato un segno nella storia del cinema recente ed hanno mostrato al pubblico quanto vivo e creativo sia il movimento filmico di quel paese.
Ebbene, se trasportiamo la nostra riflessione nel settore della videoarte, la questione si fa più complessa. Kiarostami ha mostrato interesse per questa forma espressiva, mentre un nome senza dubbio importante è quello di Shirin Neshat, fotografa cine-videasta già molto nota nel circuito dei grandi musei d’arte contemporanea e delle biennali.
Esiste però, esattamente come nel cinema, un sorta di scuola iraniana nascente anche nella videoarte. Prova di questa realtà è stata fornita dall’iniziativa svoltasi a Roma denominata VideoZoom-Videoartisti iraniani. Questo appuntamento è stato ospitato presso la Galleria Sala 1 ed è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione KYO di Viterbo e il Museo Pino Pascali di Polignano a Mare.
Sono state presentate tredici opere di diversi autori: da Dariush Mehrjui, classe 1940, alla giovanissima Maryam Niazadeh, nata nel 1981, appena laureata in Fotografia presso l’Università di Teheran.
Uno dei fattori più significativi emersi dalla visione dei lavori selezionati è senza dubbio la notevole capacità di articolazione tecnica del linguaggio audiovisivo. Tale consapevolezza linguistica ha permesso a tutti gli autori di collocare il proprio discorso creativo in una dimensione poetica personale, utilizzando un tratto compositivo dal sapore, spesso, pittorico. A ciò si aggiunge una particolare delicatezza espressiva che si manifesta attraverso architetture creative dalla concezione estetica decisamente rarefatta, quasi soave.
In The White Station, Seifollah Samadian inquadra la realtà da un balcone che si affaccia su una strada innevata di Teheran. Alcune donne avvolte in abiti neri si aggirano in maniera straniata. Sembrano senza meta, figure mitiche e fantasmatiche che cercano, forse, una propria identità, una possibile collocazione in un mondo gelido, lunare. Solitudine, angoscia esistenziale, sospensione del senso, sono tutti elementi rafforzati non solo dall’impostazione visuale ma anche dal commento sonoro, realistico, basato su tenui rumori ambientali.
La "condizione femminile" emerge come tema del video firmato da Simin Keramati: Through the Small Gates of Loneliness. Si tratta di un’opera suddivisa in due sezioni visive parallele e contemporanee. I colori dominanti sono il bianco e il nero. Da una parte un volto muliebre avvolto in un foulard bianco, nell’altra una figura femminile intera su sfondo bianco che si muove nello spazio ed emette degli urli decisamente angoscianti.
Figure fantasmatiche sono anche evocate in The Stranger di Ameneh Zohreh Eskandari e in What Has Befallen Us Barbad di Barbad Golshiri. Nel primo dei due video, il gioco creativo è incentrato sull’intreccio visivo tra inquadratura soggettiva dell’autore-istanza narrante e la sua apparizione impalpabile che avviene tramite la comparsa nell’inquadratura della sua stessa ombra. Nel secondo, il corpo è lasciato fuori dal campo visivo per far spazio alla lunga capigliatura dell’autore distesa su un piano bianco. Una mano taglia la lunga chioma spargendo i capelli ai quattro angoli dell’immagine e ricreando una sorta di installazione densa di metafore.
Infine, una citazione per il suggestivo Depression, girato da Rozita Sharaf-Jahan. E’ un lavoro in bianco e nero di nuovo incentrato sulla rappresentazione simbolica dell’universo femminile. Una giovane donna dagli occhi scuri e dal volto crucciato è seduta su un’altalena. Attraverso un procedimento dal forte impatto espressivo, l’autrice destruttura la figura umana disgregandola in una potente sgranatura dell’immagine. Movimento, tempo e spazio risultano in questo testo audiovisivo fattori inseriti in coordinate del tutto libere dai condizionamenti delle convenzioni umane. Questi elementi comunicano al fruitore in modo coinvolgente l’estensione interiore di un personaggio che vediamo apparire e scomparire dalle inquadrature come fosse la raffigurazione dilatata e delirante di un sogno.
m.g.d.b.
©CultFrame 12/2004
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