
Kimsooja Conditions of Humanity Il PAC e Milano: una storia lunga 50 anni. Nel 1954 la principale istituzione civica milanese dedicata all’arte contemporanea, progettata da Ignazio Gardella, inaugurava la sua prima mostra. Dal 23 giugno in occasione dell’inaugurazione di "Conditions of Humanity", personale dell’artista coreana Kimsooja che cade esattamente nel cinquantennale della sua apertura, il PAC offrirà un fitto calendario di attività culturali. Un’estate completamente gratuita di visite, concerti, attività culturali e didattiche segnano un anniversario importante, ma sottolineano anche la rilevanza della personale ospitata (ideata da Thierry Raspail, direttore del Museé d’Art Contemporain di Lione; l’edizione italiana è a cura di Jean-Hubert Martin).
Nata nel 1957 a Taegu, nella Corea del Sud, dopo gli studi di pittura a Seoul e a Parigi, nel 1998 Kimsooja si è trasferita a New York, dove vive e lavora.
Le attività dell’artista coreana, fatte di viaggi ed esposizioni, possono essere interpretate come una costante tessitura di nuove relazioni. Kimsooja dice: "È la punta dell’ago a penetrare il tessuto, e noi possiamo unire due diversi lembi di stoffa con il filo che passa per la cruna dell’ago. L’ago è un’estensione del corpo, il filo è un’estensione della mente. Nel tessuto rimangono sempre le tracce della mente, invece l’ago abbandona il campo non appena terminata la sua mediazione. L’ago è medium, mistero, realtà, ermafrodita, barometro, un momento, e uno Zen."
Le sue opere, estremamente poetiche e al tempo stesso contemplative, attingono al background culturale della terra d’origine dell’artista. Il cucito, attività appresa al fianco della madre, è divenuto l’elemento essenziale del suo lavoro, consentendole di passare dalla superficie bidimensionale della pittura alla tridimensionalità degli oggetti. I Bottari, fagotti di tessuto realizzati a partire dal 1992 con coperte e vestiti usati, costituiscono ormai un elemento tipico del lavoro dell’artista. Presentati anche alla Biennale di Venezia del 1999, ammassati su un camion con il quale l’artista aveva ripercorso per 11 giorni itinerari a lei familiari della Corea, questi fagotti di tessuto fanno riferimento alla tradizione coreana e sono una metafora universale di spostamento.
Le opere in mostra al PAC datano dal 1997 al 2001 e sono tutte appartenenti alla collezione dell’artista stessa. All’entrata del museo, ad accogliere i visitatori c’è Mandala (2002, installazione sonora, altoparlante di juke box, canti di monaci tibetani), l’unica opera/oggetto presente nella personale milanese. Un ornamento a parete – tondo, colorato e convesso dai colori rutilanti e dalla struttura della trottola che viene appesa per la base - Mandala è perfetta e sgargiante, invita al possesso. Esposta su fondo blu, predominante nell’opera il rosso arancio e giallo, l’installazione gira compunta, diffondendo come una nenia soffusa i canti e i mantra degli spiritualissimi religiosi, costante di tutta l’esibizione visto che sono il leit motif di tutte le opere seguenti.
Nella sala a destra, la prima serie di quattro videoproiezioni giganti di A Needle Woman (Donna Ago, videoproiezione quadrupla, 6’33’’, 1999-2000): una serie di flussi di persone ritratte sui marciapiedi di Tokyo, Shangai, Delhi e New York. Nel fiume anomico di volti incredibilmente tutti uguali nonostante la persistente diversità delle metropoli prescelte dall’enigmatica artista, Kimsooja stessa compare – rigorosamente di spalle, con la severa coda e il sari indiano grigio pietra – per nulla scalfita dal fiume incessante di gente che passa e incede contro di lei. I passanti paiono non accorgersi della sua presenza. Nel successivo caveau delle incredibili presenze mute dell’artista nelle masse, ancora una serie di quattro videoproiezioni Donna Ago, prese a Mexico City, a Lagos e a Londra tra il 2000 e il 2001. Nella città nigeriana, ad un tratto si forma un capannello di bambini che guardano stupiti l’artista, immobile come una sfinge.
Ma è nell’episodio giapponese della serie, del 1999 a Kitakyyushu, che Kimsooja traduce pienamente il suo bisogno di scomparire lieve e immobile nello scorrere del tempo: adagiata su un masso gigantesco, l’artista dorme di spalle, rigorosamente immobile, e si lascia attraversare nella paralisi delle membra dallo scorrere intero di un giorno. Dorme, quieta – mentre tutta la differente luce nell’arco del tempo narrato nel video si alterna sullo stesso sari grigio-roccia che lei indossa come un’uniforme in ogni ripresa, appena sporco di polvere ed estremamente consunto. Come quieta, nella sala attigua, lieve, nel video più bello, A Laundry Woman (Donna Lavandaia), del 2000, Kimsooja guarda immobile, di spalle, lo scorrere delle acque del fiume Yamuna a Delhi. Il sari si confonde nel colore torbido e pressoché identico delle acque, mentre resta vivida sullo schermo la macchia nera dei suoi capelli lunghissimi, legati spartani dietro al collo. Il fiume scorre lento. Ma l’azione è percepita come un fermo immagine. Soltanto la rifrazione degli stormi sull’acqua dona la sensazione che si tratti di un’immagine dinamica.
Il video completa la più nota (ed omonima) installazione dell’artista, posta nella sala grande del PAC, prospiciente alle porte finestre che danno sul giardino della villa Reale. Mosse dalle pale di tre fila di ventilatori ancorati sul soffitto, più serie di copriletti dai colori tradizionali coreani si agitano. Sono appese dritte da mollette di legno per i vestiti e atttraversano da parte a parte la grande sala aperta del museo. Ancora canti di monaci sono diffusi. Attraversare le tende e lasciarsi sfiorare dal leggero ondulare, rimanda ai portici delle case/palafitte sui grandi fiumi d’Oriente e l’artista ricrea, con la diffusione sonora, anche il lieve incedere dei pomeriggi sotto i patii, quando anche il vociare fitto decresce in favore dell’osservare muto del tramonto.
Nella sala superiore, quattro monitor con la serie A Beggar Woman (Donna Mendicante, 2001), e Homeless Woman (Donna Senza tetto) riprese da 8’18’’, 8’53’’, 6’33’’ mute o sonorizzate con i medesimi mantra tra il Cairo, Delhi, Messico e Londra. Doppia serie di Sewing into Walking (Camminare…cucire) del 1997, la prima delle sue opere in cui ancora l’artista spiava i flussi senza comparire neanche come passiva intrusa nell’incedere distratto delle folle per strada. Quella che si vede è una Beylogu (la strada principale di Istanbul, vicino Taxsim Square) di qualche tempo fa. Il tempo trascorso, invero non molto, ci narra, paradossalmente, quanta strada abbia percorso la Turchia e come spesso, guardando il modo d’essere inconsapevole delle persone per strada, apprendiamo molto di più dell’evoluzione di un paese. E’ la chiave di lettura propria dei viaggiatori. Kimsooja è una muta, umile, vivissima viaggiatrice d’eccezione.
Diana Marrone
©CultFrame 06/2004
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 Kim Sooja A Needle Woman Kitakyushu, 1999 videoproiezione 6’33” loop  Kim Sooja Bottari Truck in Exile dAPERTutto, 1999 48° biennale di Venezia © Luca Campigotto  Kim Sooja A Needle Woman Delhi, 1999-2001 8 videoproiezioni particolare dell’installazione 6’33” loop Courtesy The Project Gallery, NY & L.A. Peter Blum Gallery, NY  Kim Sooja Cities on the Move 2727 kilometers Bottari Truck, 1997 Videoproiezione 7’33” loop Courtesy Kim Sooja
 PAC di Milano
| Informazioni | | Città | Milano | | Quando | 23/06/2004-19/09/2004 | | Dove | Padiglione d'Arte Contemporanea | | Indirizzo | via Palestro, 14 | | Telefono | (39)0276009085 | | Biglietto | Ingresso libero | | Catalogo | 5 Continents Editions | | Testi | italiano, francese, inglese |
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