
Il videoclip Strategie e figure di una forma breve di Paolo Peverini Da venti anni circa il videoclip è diventato un formato del racconto audiovisivo ampiamente frequentato da cineasti, fotografi, videoartisti. Nato come mezzo di promozione commerciale di cantanti e gruppi del pop-rock internazionale, il clip musicale è successivamente divenuto il territorio di sperimentazione più avanzato del mondo delle immagini in movimento. Nonostante sia stata subito evidente la centralità di questo "micro-prodotto" nel panorama internazionale degli audiovisivi, i teorici, gli addetti ai lavori e i critici sono rimasti indietro non comprendendo, inizialmente, il valore comunicativo e sperimentale di questo nuovo "luogo" autoriale. Tale miopia ha determinato, di conseguenza, una scarsa attenzione da parte dell’editoria di settore. Risultato? In Italia esistono pochissimi testi in merito: Musica da vedere di Gianni Sibilia (Rai- Eri), Clip di Bruno Di Marino (Castelvecchi) e pochi altri.
Ora, fortunatamente si è aggiunto un altro titolo: Il videoclip di Paolo Peverini. Il sottotitolo, Strategie e figure di una forma breve, dà subito un’informazione fondamentale. Non si tratta, infatti, di un libro che tende a storicizzare il fenomeno, né di un testo descrittivo ma di un autentico studio analitico che applica al clip le teorie scientifiche della sociosemiotica. Ne è venuto fuori un percorso di decodificazione di questo "ibrido" tecno-audiovisivo in grado di delineare un quadro preciso del rapporto tra ritmo del brano musicale, linguaggio e articolazioni visive.
Sostiene Paolo Peverini: "Il video metabolizza forme consolidate, riconfigura linguaggi preesistenti, produce senso per assemblaggio, in un gioco equilibristico tra innovazione e permanenza, che da un lato tenta di suscitare la sorpresa, dall’altro il piacere della conferma". Affermazione molto precisa, quest’ultima, che mette in luce la doppiezza del videoclip. Questa "forma breve" racchiude in sé fattori contrastanti come la spinta pubblicitaria voluta dall’etichetta discografica e lo spirito creativo degli autori. Così, se è vero, come dice Peverini, che "il videoclip agisce come una forma estrema di interpellazione che mira a coinvolgere lo spettatore, a imprimere sul suo corpo un ritmo irresistibile…" è anche indubitabile come il video musicale sia stato in diverse occasioni strumento di sperimentazione e di espressione avanzatissimo, come nel caso di alcuni lavori di Zbig Rybczynski, Chris Cunningham e Michel Gondry.
Come scrive giustamente l’autore del saggio, il videoclip sfugge spesso ai tentativi di schematizzazione narrativa effettuati, anche inconsapevolmente, dallo spettatore. Dunque, è di fatto un oggetto apparentemente inafferrabile, in cui i significanti predominano e in cui il montaggio gioca un ruolo cardine.
Infine, una considerazione, sul modo in cui Paolo Peverini ha scritto il suo libro. La terminologia usata è spesso per studiosi della materia ma va dato atto all’autore di aver concepito e organizzato il suo saggio attraverso un percorso analitico-culturale limpido, percorso che rappresenta anche per il non esperto un punto di riferimento utile per riuscire a compiere l’intenso viaggio della lettura di questo testo in modo razionale, senza perdersi in derive fumose e/o criptiche.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 06/2004
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