
Francesco Vezzoli Percorsi del video contemporaneo Raramente nel panorama contemporaneo ci si imbatte in autori il cui pensiero risulti leggibile e perfettamente calato nel contesto delle comunicazioni di massa. Non sempre si riesce a comprendere il retroterra culturale e le passioni degli artisti, in genere molto attenti nel mascherare il loro universo interiore per delegare ogni forma di contatto con il pubblico alle loro opere.
Diverso, invece, è l’atteggiamento di Francesco Vezzoli, trentatreenne videoartista bresciano-milanese che attualmente espone la sua ultima elaborazione presso la Fondazione Prada a Milano.
Abbiamo potuto incontrare Vezzoli durante l’evento svoltosi a Roma nell’ambito delle attività del MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo. L’appuntamento in questione era inserito nella manifestazione Show Reel, iniziativa incentrata sulla presentazione del lavoro di alcuni significativi videoartisti (prossimi ospiti: Pipilotti Rist e Isaac Julien), ed è stato introdotto da Cristiana Perrella che, insieme allo stesso autore, ha ricostruito il percorso di un videomaker influenzato dal cinema e della televisione.
Per ciò che concerne l’arte cinematografica, Vezzoli recupera delle icone (soprattutto grandi volti del passato) effettuando un’operazione citazionistica che assume le connotazioni non di un banale omaggio ma di una ri-collocazione concettuale delle forme e delle espressioni filmiche. Gioca, inoltre, sul tema dell’identità e innesta questa ossessione nei suoi lavori grazie a dei testa-coda linguistici.
Pier Paolo Pasolini e Jean Cocteau, sembrano essere alcuni dei punti di riferimento del suo discorso. A tal proposito ha dichiarato: "…queste figure hanno guadagnato credibilità artistica attraverso la letteratura e la poesia. Il cinema è stato avvicinato con un senso di liberazione e divertimento". Proprio liberazione, ma anche riflessione interiore, si coglie ad esempio nel video La fine della voce umana. Lo spunto è il film di Roberto Rossellini interpretato da Anna Magnani (Una voce umana – ep. L’Amore, 1948). In questo caso è stata chiamata ad interpretare la parte della grande attrice romana Bianca Jagger (icóna wahroliana). Su uno schermo diviso in due sezioni, il fruitore può vedere da una parte la citazione diretta del mediometraggio di Rossellini e dall’altra l’inquadratura fissa di un giovane uomo (lo stesso Vezzoli) disteso su un letto, con il viso ricoperto da occhi aperti disegnati su carta. A firmare la fotografia è stato Darius Kondji che ha saputo mettere in collegamento il bianco e nero flou del cinema degli anni quaranta con i colori pop tipici di Wahrol. Ne è venuto fuori uno stravagante mix di elementi stilistici ed estetici che determina un’atmosfera di straniamento ma anche un’amplificazione paradossale della forza poetica del cinema.
Francesco Vezzoli è un abilissimo manipolatore di miti ed icóne, un raccoglitore di segni e significanti, di immagini e storie, di sogni e passioni liriche in grado di riutilizzare tali fattori per comporre un’architettura espressiva collegata al passato ma anche frutto di un evidente travaglio intellettuale del tutto autonomo e soprattutto coltissimo. Ciò che ha poi giustamente sottolineato Cristiana Perrella è la capacità di Vezzoli di passare dalla cultura alta (Pasolini, Rossellini, Cocteau) a quella bassa e, più specificatamente, popolare. In tal senso, la sua ultima opera, allestita come già detto alla Fondazione Prada, è un esempio di lucida analisi dei fenomeni mediatici del presente. L’autore italiano ha messo in scena un vero e proprio "reality show" con la complicità di star del cinema come Jeanne Moreau e Catherine Deneuve. Tutto è stato confezionato esattamente come se si trattasse di una vera trasmissione televisiva destinata al sabato sera. Anche dietro questo progetto si nasconde il fantasma di Pasolini e soprattutto l’idea alla base del suo film Comizi d’amore (1964), ma a parte questo ulteriore riferimento al grande scrittore-cineasta ciò che appare più interessante è la natura concettuale del prodotto in sè. Vezzoli ha affondato il suo sguardo nell’universo televisivo contemporaneo, decodificando e sabotando dal suo interno il sistema della comunicazione commerciale e connettendo in maniera indissolubile creazione artistica, finzione, realtà, linguaggi visivi, produzione tv, format e star-system. Si tratta di una geniale sintesi visuale del periodo che stiamo vivendo, periodo basato su una commistione dei linguaggi che finisce per produrre star fittizie valide per ogni occasione. Le veline, le ballerine o le attrici di soap possono far parte del cast di un film o di quello di un reality, possono confessarsi in un talk show o girare una pubblicità, presentare un programma o interpretare uno sceneggiato, in una girandola di apparizioni che è il risultato della confluenza di tutte le componenti delle forme audiovisive verso un’unica indistinguibile magmatica categoria che tutto confonde e ingloba.
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©CultFrame 05/2004
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