
Laurie Anderson The Record of the Time Inaugurata alla presenza dell’artista, la più grande retrospettiva su Laurie Anderson è approdata al PAC di Milano. The Record of the Time, il titolo della mostra, racchiude la produzione di oltre trent’anni della musicista/artista, cantante/performer, meccana del violino, poeta e paroliera sublime; oltre 90 opere che volano dal suono alla parola, all’uso spregiudicato e nuovo – ora come allora - delle tecnologie multimediali applicate alla performance, sia di land art che da hall. E poi fotografie sensibili, strumenti modificati, video, sculture, dipinti e partiture con poesie, reportage di action da lei compiuti sin dagli anni Settanta. La mostra è monumentale, in quanto la superficie di esibizione è colma di opere, che vanno lette, ascoltate, viste, toccate, vissute come esperienza e come transfert, abitate (molte sono veri e propri ambienti sonori/visuali/tattili).
La Anderson, nata a Chicago nel 1947, inizia a suonare il violino molto presto diventandone una maga (e molto presto inizierà a crearne di nuovi, digitali e per immagini, come "Violino che si suona da sé", "Violino lettore di nastro registrato", "Violino digitale" e "Viofonografo"; tutti presenti in mostra insieme alla serie di Archetti Modificati e Archetti Video e Neon). Secondo l’artista, "il violino è il suono che più si avvicina alla voce umana, alla voce umana femminile. A volte io uso il violino come mio surrogato, come la marionetta del ventriloquo. Mentre io parlo, il violino piange, si lamenta e un po’ canta". Per quelli che hanno conosciuto solo la Laurie Anderson di O Superman (1980, una delle sue canzoni underground autoprodotte a partire dal vinile, e diventata il più grande fenomeno pop della storia delle major), occorre fare un passo indietro sulla biografia di questa donna, che è anche poi il senso più profondo della mostra del PAC.
Nel 1966 si trasferisce a New York; lì il genere dell’happening stava attraversando una rinnovata stagione, dopo gli esperimenti di decenni prima di Cage, Allan Kaprow, Bob Watts e contemporaneamente vi era l’avvento massivo della pop-art. In quel periodo, mentre gli happening si rispolverano e l’arte concettuale avanza accanto alla pop-art, Laurie Anderson frequenta Glass, Acconci, Matta-Clark, e incide dischi con Holly Solomon. Contemporaneamente, scrive e scolpisce (cartapesta e giornali), elabora da sé gli strumenti per la narrazione (libri autodafè, come i due in mostra, molto diversi: Libro al Vento - 1974 e Manuale - 1974-2003), crea strutture fisiche che convoglino le sensazioni della meditazione in un atto comune (come sedersi ad un tavolo, appoggiare sù i gomiti, prendersi la testa tra le mani e sentire delle vibrazioni che possono propagarsi alle nostre orecchie (Tavolo Monofonico, 1978). La Anderson nella seconda metà degli anni Ottanta abbandona le performance d’avanguardia e comincia a collaborare con Wenders, Gabriel e Eno (dell’85 è il film-concerto Home of the Brave). Si esprime con opere web dal 1996 (sito "Here", una serie di testi sul linguaggio e sulle carte geografiche) e dal 1995 ha usato le tecnologie interattive (Motel delle Marionette / Puppet Motel) per creare in 3D le scenografie dei suoi spettacoli.
Tuttavia l’artista ha sempre privilegiato l’attività performativa. Lei dice: "Uso la tecnologia come mezzo per amplificare o cambiare le cose. Ma la tecnologia non è la cosa più importante in quello che faccio... Se in una galleria mi basta un’idea per riempire la sala, sulla scena me ne servono cinquecento". Da queste parole si comprende che il mondo di Laurie è immenso.
La prima performance risale al 1972: un concerto per clacson di automobile. Ma, nel 1983, lei creò anche "United States 1- 4", una monumentale pièce di otto ore: olgrammi, violini, proiezioni, testi e strumenti modificati (tutti gli incredibili attrezzi di scena, inclusi i video e gli strumenti, sono in mostra). Oppure, sulle cascate del Niagara – lato Usa e lato Canada – l’artista, chiamata nel 1977 a una performance di Land Art nell’Art Park, crea "Richiamo Stereo", una partitura a due per musica dal vivo e musica registrata. Su una riva, l’artista suonava un pianoforte arrampicata su una cima rocciosa altissima, e sull’altra degli altoparlanti ne rimandavano il suono.
Oltre ai video celebri e più pop del suo sosia (Dallo Strizzacervelli, 1975/97; Il Clone, 1986), notevoli tutte le frasi in gesso e poesie (rigorosamente in italiano) che l’artista ha personalmente trascritto o stampato sulle pareti. Superba la serie "Sogni Istituzionali" (1972/73, testi e fotografie dell’artista che dorme in vari luoghi pubblici e ne descrive con parole bellissime l’esperienza) e Duetti Sul Ghiaccio (1975, New York e Genova).
Durante l’inaugurazione, Anderson ha voluto citare quest’ultima opera: ha eseguito dal vivo tre volte una performance (violino elaborato, sintetizzatore e tastiera, microfono, voce) camminando tra il pubblico su pattini da ghiaccio a lame protette (aiutata da Lou Reed, che, discreto, le scattava delle fotografie). Infatti, in Duetti, l’artista ha usato il violino insieme ad un loop preregistrato (sempre di violino) senza fine. In spazi urbani ed in mezzo alla gente, suonava dal vivo insieme al loop, avendo ai piedi dei pattini da ghiaccio infilati in una pietra di ghiaccio. Essi servivano per metro di misura della fine della performance; una volta sciolto il ghiaccio, l’artista si interrompeva, perché cadeva e perdeva l’equilibrio.
Se per la mostra di Chen Zen molte delle opere non potevano essere avvicinate dai visitatori, per The Record of the Time è molto difficile trovare – benché si sia sempre al PAC - un’opera non interattiva e do not touch: pertanto la visita alla mostra richiede sicuramente un tempo superiore alle tre ore, soprattutto per apprezzare i molti video e utilizzare le diverse tipologie di strumenti collegati alle opere. E poter anche visionare nella parte superiore la serie completa dei video degli Alter ego e un video realizzato per l’Expo di Siviglia del 1992. Bellissima l’opera Jukebox (1977/2002), che rieccheggia Cani scuri/Sogni Americani, che è del 1980 e rassomiglia a un jukebox video con foto fisse che lo spettatore sceglie di illuminare accompagnandole automaticamente ad un sonoro. E la serie dei telefoni (vi sono due cornette e una cabina), con cui è possibile entrare in conversazione, tra gli altri, con Burroughs.
Diana Marrone
©CultFrame 11/2003
|
|
|