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video artisti israeliani

I videoartisti israeliani trattano i media e la televisione come materia soggettiva e come base di ispirazione per i contenuti dei loro lavori. Il rapporto di amore-odio fra la videoarte e la televisione é vecchio come questa stessa forma di arte. I primi videoartisti americani hanno trovato nei media uno dei loro interessi - con la de-costruzione, con la critica e il denudamento di programmi sociali e politici nascosti. Nei lavori video israeliani, invece, l'enfasi non é messa sul media stesso, ma piuttosto sui soggetti più importanti come riflessi e manipolati dai media e dentro i media. Questi soggetti sono i miti e i valori che da più di 50 anni, forse da oltre un secolo, hanno formato la base costruttiva non soltanto dello Stato di Israele e della società israeliana, ma anche delle secolari comunità ebraiche in tutto il mondo.

La posizione dell'artista nel mostrare questi soggetti dovrebbe esser vista come parte dei processi che influenzano la società israeliana in generale e nella quale i valori di base che devono funzionare come "colla" sociale si stanno costantemente degradando. E' vero sostenere che due delle ragioni principali che causano l'erosione da questi valori sono da una parte l' abuso dei media e dall'altra la manipolazione cinica dei politici nelle loro frequenti campagne elettorali o per portare avanti l'occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza insieme ad altri obiettivi altrettanto discutibili. Questa manipolazione si e' amplificata dall'ultima Intifada, raggiungendo i più alti livelli e per nascondere la mancanza di una coerente politica governativa.
Malgrado questi sviluppi sociali e politici, forse grazie al suo peso, l'etica che percepisce il fondamento dello Stato di Israele come un processo sterile interno e che coinvolge il popolo ebraico e la sua ripresa dopo la Shoah, si sta praticamente sbriciolando. La drammatica sconfitta del Summit di Camp David del 2000, con la distruzione del Processo di Pace di Oslo, va attribuita (almeno per la parte israeliana) all'impossibilità di raggiungere "una fine del conflitto". Questo ha sottolineato i problemi dei rifugiati palestinesi e il nodo duro degli insediamenti nei territori occupati.

Il lavoro di Aylet Ben Porat (nato nel 1976) intitolato TMB (2001), é un genere di videoclip tecno-music realizzato con filmati della Guerra di Indipendenza. Le scene degli ebrei giubilanti che arrivano in Israele dopo 2000 anni dalla Diaspora si contrappongono con quelle dei rifugiati palestinesi che partano per il lungo esilio. Ben Porat impiega le varie tecniche di montaggio -- ripetizioni frenetiche, accelerazione delle riprese -- per denudare queste immagini dalla loro carica emotiva, anche banalizzandoli. In questo modo, TMB diviene una versione storica "gag" delle radici del conflitto arabo-israeliano. Normalmente nelle loro pratiche artistiche, Alona Freedberg e Lior Orenstein (entrambi nati nel 1970) utilizzano regolarmente le canzoni popolari con una forte carica emotiva e personale. Queste canzoni patriottiche che erano in classifica negli anni 50 ricordano, a loro e alla loro generazione, un'infanzia calda e protetta. Nella scelta di riproporre la canzone Oh Fortress of Mine (2002), Freedberg e Orenstein indirizzano il sentimento di potere e di unità, contenuto nelle canzoni popolari all'epoca della fondazione dello stato di Israele. Invece oggi, queste sono considerate come proto-fasciste e naive, il contenuto è rivelato come obsoleto e problematico. I versi delle canzoni che in passato erano considerate dolci ed ingenue oggi sono inevitabilmente associate alla guerra ed al conflitto, un deliberato rifiuto di un realtà più ampia. Le immagini rappresentano questi sentimenti, presentando disegni di note fiabe israeliane e gruppi di canti con la famiglia e gli amici un evento sociale tipico del passato che é stato riproposto nell'odierno periodo di conflitto. All'inizio e alla fine di questo lavoro, pur riferendosi all'imponente fortezza e alla collettività sociale, gli artisti rappresentano se stessi come barboni senza fissa dimora.

L'Olocausto è l'ultimo taboo ebraico-israeliano, quindi il mezzo migliore utilizzato dal sistema politico per assicurare uno scandalo. Per esempio, i membri del partito politico Orthodox Sephardi trovano sempre avvenimenti che per il popolo ebraico sono "peggiori dell'Olocausto", diminuendo così l'impatto di un tale evento storico come formativo -- sia nel bene che nel male -- per la società israeliana. Boaz Arad (nato nel 1956) lavora negli ultimi anni con le immagini di Adolf Hitler estratti dalle riprese di archivio. Il lavoro, An Immense Inner Peace (2001) è un dialogo elaborato fra l'artista, la sua casa, la sua arte, il suo corpo, e quelli di Hitler. L'approccio di Arad è provocatorio perché considera Hitler come un essere umano, un artista, un oggetto del desiderio femminile. Nonostante questo, il suo sguardo nei confronti di Hitler é altamente cinico. Parlando in modo distaccato e obiettivo -- come un critico di arte e architettura -- Arad, indossando una maschera con le sembianze di Hitler, si impossessa del suo "tocco personale", in una pace ed equilibrio evidente nei suoi quadri dall'epoca di Eagle's Nest (il covo di Hitler) alle toilettes di Auschwitz.

Nel video Dad Explains About Weapons and Numbers (2001), Elyasaf Kowner (Nato nel 1970) fa un sorprendente contrapposizione fra la potenza militare israeliana e i numeri delle vittime della Seconda Guerra Mondiale. Il padre di Kowner, sopravissuto lui stesso ad Auschwitz, mostra in modo entusiasmante ad Elyasaf, un articolo in una rivista polacca di armi, a proposito di una arma "top secret" sviluppata in Israele. In uno solo colpo raccogliendo insieme i termini di pace, umori e guerra, il padre dell'artista inizia a contare le vittime della Seconda Guerra Mondiale, i numeri dietro le armi ci ricordano che a fronte di ogni innovazione tecnologica nella corsa agli armamenti ci sono tante potenziali vittime. Mettendo così in discussione la questione che Israele, la terra degli ebrei perseguitati e massacrati è divenuta l'industria di una superpotenza industriale e complice di un massacro indiscriminato.
Dopo questa, c'é ancora un'altro mito formativo dell'identità israeliana; una visione dell'esercito israeliano come un’organizzazione gloriosa, umana e perfetta, un melting pot che fonde insieme le differenti culture della diaspora, che incorpora l'ultimo individuo israeliano, il Nuovo Ebreo, alla risposta all'Olocausto. Questo punto di vista è stato gradualmente eroso nel periodo della Guerra in Libano – una guerra che per la prima volta strumentalizzava politicamente le forza armate e dove comparivano i primi obiettori di coscienza. Questo mito è stato mostrato recentemente dai videoartisti israeliani.

Ruti Sela (nato nel 1974) fa la parodia con le operazioni militari eroiche e nascoste, presentandoli come puerili, ridicoli e inutili. In Una Proyeccion Solamente (2001), una banda di punk anarchici, vestiti con magliette della Forza Israeliana della Difesa, prende in giro l’immagine imbattibile di Mossad attraverso una serie di ludiche "missioni militari" nelle strade di una città spagnola, con la perplessità e divertimento del gran parte del pubblico in strada.
Molti di questi miti e valori, come detto prima, sono riflessi nella vita quotidiana, nella lingua e nel comportamento normale israeliano e sono rispecchiati dai media in tutte le sue forme. E’ quindi naturale che quando il videoartista vuole indirizzare questi contenuti si rivolga alle immagini televisive o al genere televisivo. Dobbiamo prendere in considerazione comunque, che la percezione dei media, della televisione e la loro stessa obiettività è probabilmente il più grande mito che esiste e non è specificamente una cosa israeliana. Gli artisti attaccano questo mitica bolla con la decostruzione della linearità della programmazione televisiva: soprattutto la separazione artificiale tra “notizia giornalistica” percepita come obiettiva, “fondo campo” come interpretativo, e "pubblicità" come tendenziosa – presentando l’intera esperienza tv come spregiudicata e indirizzata alla “vendita” o almeno ai messaggi disseminati e alla manipolazione dei sentimenti.

Isaac Layish (nato nel 1972) e Irit Garti (nato nel 1973) fanno esattamente questo nel loro lavoro Come Back Home (2001). I discorsi elettorali con la promessa della magica fine dei conflitti israeliano-palestinese, del precedente primo ministro Ehud Barak e dell’attuale Ariel Sharon - se questi saranno eletti, sono mescolati con la pubblicità per un prodotto di candeggina. Lo schiocco magico della pubblicità della lotteria è abbinato con la "forza moderata" utilizzata per disperdere i manifestanti israeliano-palestinesi nei tumulti di ottobre 2000, con il risultato della morte di 13 manifestanti. E una nuova espressione slang, "è la fine del mondo, fratello" significa qualcosa come "è il meglio che si possa ottenere" o "mind blowing" che è stata immediatamente incorporata in una pubblicità per i cellulari, così con la sua connotazione demoniaca è associata alle immagini di fuoco e di Abadon.

Confrontando il genere TV "Candid Camera", Check it (2000), il lavoro video di Effie (Effie Weiss, nato nel 1971), & Amir (Amir Borenstein, nato nel 1969), impiega il suono della apertura e chiusura delle cerniere lampo ai check-points di sicurezza nelle entrate dei centri commerciali di Gerusalemme. La video camera è situata dentro le borse per invertire lo sguardo: scruta i guardiani e la polizia quando la cerniera è aperta. La trasformazione del suono delle cerniere in un ritmo rap diventa anche il ritmo della tradizionale protesta sociale. Effie e Amir esprimono così la loro disapprovazione verso la situazione di sicurezza in Israele. E’ forse prematuro parlare riguardo gli sviluppi che l’arte in Israele ha prodotto negli ultimi due anni relativamente alla corrente situazione politica. Per quanto, negli ultimi mesi continua l’escalation del conflitto al-Aksa, così continuano ad aumentare le visioni deturpanti alla televisione, almeno per quelli abbastanza fortunati che non lo hanno vissuto in prima persona.
In questa situazione gli artisti israeliani sembrano concentrasi più sugli effetti personali che questa realtà ha su di loro e meno nella critica di questa stessa situazione, che sembra essere fuori dal loro scopi sia nei modi di comprenderla che di cambiarla.

Hell’s Angels (2002) e un lavoro toccante nel quale l’artista Dana Levi (nata nel 1973) insieme con dei bambini sviluppa rapidamente un rapporto giocoso sullo sfondo del campo di rifugiati Jenin, subito dopo una feroce battaglia che ha avuto luogo nella zona l’anno scorso. Entrambi bambini e artista giocano facendo finta di essere dei giornalisti. Dena è confusa per una dei migliaia di reporter stranieri venuti per girare nei primi giorni, dopo che la zona devastata era stata riaperta, mentre i bambini giocano come guide e testimoni.
L’artista è interessata ai bambini, evitando di riprendere troppo la distruzione che li circonda. Tutto questo sembra sconcertante per i ragazzi, ma l’empatia che si prova verso di loro è rovesciata dalla visione di un bambino più piccolo che durante il video tiene in mano un manifesto arrotolato. Questi sono i manifesti che commemorano la morte di un "Shahid", un martire, probabilmente una bomba suicida, e questi sono il simbolo distintivo del conflitto odierno. Questo piccolo e sorridente ragazzo stringendo questo manifesto rappresenta la tragica fine della battaglia di Jenin.

Father (2002) di Doron Solomons (nato nel 1969) si concentra nelle paure esistenziali condivise dai genitori israeliani e palestinesi riguardo il pericolo fisico e psicologico a cui i bambini sono esposti. Infatti il "padre" è alla volta palestinese e israeliano, dato che il doppiaggio è simultaneamente in arabo e in ebreo. Le immagini televisive recuperate dagli archivi giornalistici ritraggono la "realtà", mentre una pubblicità per la sicurezza della macchina riflette l’impulso protettivo del padre. In un tentativo futile di salvare la propria figlia da essere vittima o carnefice, l’artista-padre si trasforma in mago. Prova a mettere in atto una serie di trucchi magico-pedagogici: queste includono le regole e la forza, nascondendo e mentendo. Ma è tutto inutile il padre mago si trasforma in un truffatore patetico. La realtà vince e l’immagine tragica e surreale trascinata da un robot, diviene il simbolo dell’intera regione. Nel suo lavoro quotidiano Doron Solomons è un redattore per il telegiornale israeliano, che ben conosce i "trucchi magici" che trasformano le crude riprese in sofisticata propaganda che vengano trasmesse nelle nostre case. Le sue domande riguardo la protezione e vittimizzazione dovrebbero quindi essere indirizzata ai media e al pubblico in generale.
E’ vero che i video artisti che si appropriano del materiale genere-televisivo, approfittano di questa stessa aura di realtà e verità che concede l’accesso diretto al meccanismo psicologico dei telespettatori. Ma il loro obiettivo è di sfruttare i media per neutralizzare il fattore attivo all’interno – il mito, il manipolatore, la manipolazione. L’obiettivo finale di questi ed altri video-makers è di criticare la realtà israeliana. Gli artisti non sono interessati di scoprire piani nascosti, ma di svelare la stupidità e la mancanza di un programma. Gli artisti israeliani vogliono essere gli strumenti nella distruzione di valori che sono serviti nei primi anni dello stato ebraico, un po’ come il mago di Doron Solomon, nascondendo e mentendo intorno alla verità storica e adorando la forza del potere. Gli artisti sottolineano il bisogno di concepire un rinnovato e moderno gruppo di valori. Soprattutto l’arte israeliana è un pretesto contro una situazione impossibile che si è trascinata per troppo lungo tempo.

©Sergio Edelsztein
The Center for Contemporary Art, Tel Aviv

CultFrame 04/2003


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Isaac Layish
Irit Garti

Come Back Home, 2001



Effie & Amir
Check it, 2000



Ruti Sela
Una Proyeccion Solamente, 2001



Doron Solomons
Father, 2002



Elyasaf Kowner
Dad Explains About Weapons and Numbers, 2001





Relazioni
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The Centre for Contemporary Art, Tel Aviv

Il sito di Sala1





Crediti
CittàRoma
Quando28-31/3/03
DoveSala 1 - galleria
IndirizzoPiazza di Porta S. Giovanni, 10
Telefono(39)06700869001
BigliettoIngresso libero
 
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