
Lo sguardo di Mario Giacomelli Campi "graffiati", chiaroscuri esasperati, l'Adriatico, le valli, gli uomini. Mario Giacomelli, scomparso il 25 novembre, ha lasciato dietro di sé un patrimonio dal valore emotivo inestimabile e un segno indelebile nella fotografia mondiale.
Tutto comincia nel 1952 con L'approdo, la prima immagine scattata sulla spiaggia della sua Senigallia, nelle Marche (dove è nato nel 1925). Da allora Giacomelli vivrà posseduto da una vera passione, quella della fotografia, nella quale farà confluire tutta la sua visione poetica. Effettuerà il suo percorso personale sempre coerente e incurante delle polemiche che si animeranno intorno al suo modo di vedere e al suo rapporto con la tecnica di ripresa e di laboratorio.
Uomini e donne colti nella loro sofferenza, il tormento inflitto dal male, l'inesorabile fluire del tempo, la fase finale della vita, l'atroce destino aggravato dall'impassibilità umana, la solitudine. Così Giacomelli esprime il suo coinvolgimento nei temi dolorosi dell'esistenza umana. Il suo attaccamento alla sua terra marchigiana è l'impulso che lo porta a rappresentare il profondo sud, i suoi costumi e le sue tradizioni così lontane nel tempo. Dal paesino abruzzese di Scanno, visitato e amato anche da Henri Cartier-Bresson, a Lourdes, dove à stato trasportato da vicende personali, dall'ospizio di Senigallia accompagnato da la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, ai preti spensierati nella neve in Non ho mani che mi accarezzino il volto.
Dei suoi lavori, scomposti e a volte sfocati, caratterizzati da un bianco e nero fortemente contrastato Giacomelli diceva: "Nel mio nero ci sono i problemi che nascono dal mio bianco mangiato, è un buco, dove ci sono i problemi che cadono dentro, come in un vuoto che io continuo a fotografare anche incoscientemente".
Orith Youdovich
©CultFrame 11/2000
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 Mario Giacomelli
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