Malick Sidibé – Leone d’oro alla carriera
52. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

La 52. Esposizione Internazionale d’Arte vedrà come protagonista il fotografo del Mali Malick Sidibé, al quale verrà assegnato il Leone d’oro alla carriera. Tale riconoscimento è di importanza fondamentale per il mondo dell’arte e della fotografia. La Biennale d’arte dedica il maggior riconoscimento a un fotografo africano, attento osservatore della sua società, fedele alla sua cultura e lontano dalle mode. L’uso che Malick Sidibé fa del mezzo è scevro da sovrastrutture e da elaborazioni mentali fini a se stesse. Le sue immagini raccontano una società che ama (nel vero senso della parola) senza voler denunciare alcunché, né di criticare. Nei decenni di lavoro nella sua città Bamako, Malick Sidibé ha affiancato la gente alla quale cercava semplicemente di regalare momenti di gioia. I giovani, le famiglie, le coppie, affollavano il suo studio nel quale trovavano la possibilità di vivere un sogno. L’archivio costruito negli anni è oggi al centro dell’attenzione del mondo della fotografia che in questa raccolta vede lo specchio della società africana non come ci viene trasmessa attraverso i mezzi di comunicazione, ma come espressione di una genuina e popolare operazione fotografica.
"La fotografia è stata uno dei mezzi artistici più utilizzati nell’Africa dell’era post coloniale", spiega Robert Storr, il Direttore della Biennale, "come dimostra una serie di mostre recentemente organizzate, dalle quali si evince senza ombra di dubbio che nessun artista è stato più attivo di Malick Sidibé nell’accrescere l’importanza della fotografia nel continente, così come nel contribuire alla sua storia, all’arricchimento del suo archivio di immagini e all’affinamento della nostra conoscenza dei toni e delle trasformazioni che hanno caratterizzato la cultura africana tra la seconda metà del Ventesimo secolo e l’inizio del Ventunesimo."

CultFrame ha incontrato Malick Sidibé in occasione della sua mostra “ka nyì tan - Seydou Keïta e Malick Sidibé fotografi a Bamako” allestita presso il Museo Andersen della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel gennaio 2001. Ecco quel che ci ha raccontato Sidibé:

Normalmente si conosce l’Africa attraverso le fotografie di reportage e si viene a contatto con delle realtà come la fame e le malattie. Lei invece introduce altri aspetti, quelli più gioiosi e più ottimisti dell’Africa. Qual è la reazione della gente che vede le sue fotografie?

Ovunque io esponga le mie fotografie tutti rimangono stupiti davanti all’allegria e alla gioia della gente. I segni di povertà sono esclusi dalle mie immagini. Le persone per esempio sono sempre ben vestite, con cura, le scarpe, l’orologio, la cravatta. Ecco, davanti a questo modo di vestire molti rimangono sorpresi e mi dicono: ma gli africani non sono poi tanto diversi da noi. In effetti, le ragazze del Mali si vestono come in Europa, con delle magliette. Ma dietro queste immagini non c’è nessun trucco né messe in scena particolari. Sono fotografie che riflettono la realtà. C’è solo la rappresentazione della donna maliana. Nel Mali non è tutto tristezza. La terra, la polvere, potrebbe ingannare e far pensare ad una miseria. Ma questa miseria è fisica non è morale. Lo stato d’animo è molto alto.

La cultura africana è basata sulla tradizione orale e sulla musica. Ma l’immagine, come ha riguadagnato il suo spazio?

Oggi credo che l’immagine occupi un posto ancora più importante di quello tradizionale della parola. Da sempre l’uomo cerca la sua immagine. La parola e la musica rimangono nel cuore ma la fotografia diventa un oggetto tangibile. E’ fissata per sempre ed è più immediata. E poi per guardare una fotografia non bisogna andare a scuola.

Qual è l’influenza che ha subito l’arte e la fotografia in particolare dal colonialismo francese?

Il Mali è un’antica civilizzazione ed è un paese di grande cultura e storia e il colonialismo non ha potuto danneggiarlo. Può essere che qualche dirigente più privilegiato si sia creato una vita agiata e di benessere, ma niente di più. Bisogna dire però che il colonialismo non ha mai forzato in maniera brusca il popolo e non è mai penetrato con forza in nessuna cultura etnica. Al contrario ha aiutato lo sviluppo.

Nel suo lavoro come fotografo, quali sono le difficoltà che ha incontrato nella società più tradizionale del Mali?

Da noi vige la religione musulmana, che ha un gran peso. La gente aveva difficoltà a guardare la propria immagine.

Nella tradizione fotografica africana mancano le fotografie di paesaggio e di nudo. Qual è la sua opinione in merito?

Da noi la fotografia di nudo non esiste veramente. Se qualcuno scatta foto di nudo, lo fa di nascosto. Io personalmente non mi interesso della nudità in pubblico. L’uomo e la donna stanno sempre insieme, uno accanto all’altra. Nella nostra tradizione non c’è separazione tra uomo e donna. Non riesco a puntare l’obiettivo sulla nudità di una donna.
Per quanto riguarda i paesaggi, io personalmente li realizzavo, anche se non li prediligo. E’ un fatto di gusto. Comunque, in Africa, la fotografia di paesaggio è legata piuttosto alla documentazione del sistema alimentare.

Parliamo di Keïta. Quali sono le differenze generazionali che si rispecchiano nelle vostre rispettive fotografie?

La mia fotografia è la continuazione di quella di Keïta. Ma c’è una differenza. Io vengo da una generazione nella quale la musica ha liberalizzato il rapporto tra i due sessi. Questo è il motivo per cui si trova la gioia nei miei scatti . Anche prima, le donne potevano suonare il tam tam o il balafon, ma il ballo ha ravvicinato ragazzi e ragazze che si prendevano per mano. E’ la musica che li ha liberati. Certo, non si può impedire ai ragazzi di divertirsi, e la musica occidentale ha fatto sì che i giovani si prendessero proprio in braccio. Io sono capitato in questo periodo. Ecco perché le mie fotografie rappresentano questi ambienti. Una volta non c’erano le discoteche. Ma si organizzavano le feste in casa dei genitori. Oggi, le discoteche non sono così divertenti. La musica si è occidentalizzata troppo e la gente va anche solo per sentire la musica. Ma ai miei tempi si ballava, fino alle quattro del mattino.

Come vede il futuro della fotografia in Africa e nel suo paese?

C’è più interesse ora. La gente si nutre di fotografia e c’è anche qualche appassionato. E’ anche una fonte di guadagno per chi non ha lavoro. C’è più attenzione anche perché la gente si rende conto che la fotografia africana ha un valore. Lo si vede dall’interesse suscitato in Europa. Sì, io ho contribuito per diffondere la fotografia africana all’estero, anche se non so come è successo. Non mi aspettavo affatto che le mie fotografie un giorno sarebbero uscite dal Mali.

Orith Youdovich

©CultFrame 05/2007


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Malick Sidibé
©Ezra





Malick Sidibé




Malick Sidibé






Relazioni
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PhotoFrame-Grandangolo. Fotografi a Bamako - Gli studi fotografici della capitale maliana

La Biennale di Venezia - Il sito





Informazioni
CittàVenezia
Quando10/06/2007
Consegna Leone d'Oro
DoveGiardini della Biennale
Ore10.30
 
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