Connecting Cultures
Intervista a Anna Detheridge

Connecting Cultures è un'associazione milanese non profit che si occupa di politiche culturali, arte contemporanea, formazione e applicazione di processi creativi nella comunità e nella rigenerazione del territorio. L'associazione intende creare una connessione fra culture, discipline e saperi diversi e del pari favorire una maggiore consapevolezza dei contesti culturali e sociali per poter meglio orientare la spesa pubblica. Sicuramente la progettazione nel campo dell’arte è l’ambito principale della nuova associazione non profit milanese, che è anche un centro di documentazione sulle arti visive (fotografia, architettura, cataloghi) aperto nella stessa sede dove si promuovono incontri ed esibizioni.
Tentiamo una definizione sintetica di arte pubblica, anche se più avanti essa sarà arricchita da un’intervista: è quell’insieme di progetti e creazioni originate per spazi pubblici e che ridefiniscono in chiave strumentale e strategica il ruolo di committente, che nel panorama delle arti visive contemporanee è relegato ad un ruolo oscuro o spesso appiattito su quello dei finanziatori o sponsor talvolta distaccati dal processo creativo stesso.

Incontriamo Anna Detheridge, giornalista e critico nel campo delle culture visive, che insieme a Antonella Gioli, storica dell'arte, docente dell’Università di Pisa e Fabrizio Niccolai, imprenditore, sono i fondatori di Connecting Cultures. L’occasione dell’incontro è FuoriLuogo, un ciclo di serate ad ingresso libero dedicate ad una nuova riflessione sul territorio in cui agiscono progetti e pratiche di arte pubblica.
Una volta al mese, da febbraio a maggio 2007, quattro sono gli artisti invitati a presentare un progetto sul quale stanno lavorando: gli incontri parleranno di rapporto con il territorio e il committente, il lungo lavoro di mediazione, la dimensione privata e pubblica che si intersecano nell’arte pubblica e che costituiscono la linea di confine lungo la quale FuoriLuogo si muove, alla ricerca di progetti che si relazionano con la comunità, le persone e il contesto in cui l’artista opera. Il primo appuntamento è stato con Bunker, un progetto ideato da Laura Morelli, curato da Sara Mazzocchi. In quell’occasione l’artista ha conversato con lo scrittore Alessandro Tamburini, autore del romanzo Bagaglio Leggero. Il filo conduttore che li lega è un certo modo di avvicinarsi alla memoria delle persone e di una comunità. L’incontro, moderato da Anna Detheridge, ha messo a fuoco un’idea di progettualità come poetica, senza dimenticare anche gli aspetti pratici e sociali di un progetto artistico realizzato con altri soggetti. Durante la serata il pubblico ha potuto prendere visione dei materiali progettuali, discutere con i presenti e con gli autori, comprendere, attraverso l’ausilio di esperienze vive, cosa significhi affrontare la dimensione progettuale, di fundraising, di relazione e di costruzione artistica in luoghi pubblici.

Il primo di quattro progetti presentati a FuoriLuogo è Bunker, che prende spunto dalla storia di una comunità, Dalmine (BG), e del suo rapporto con un fatto vero (un bombardamento avvenuto al volgere del II conflitto mondiale). Gli artisti lo utilizzano come chiave creativa per elaborare una metafora contemporanea, il bunker, e tornare alla comunità viva, arricchendolo di un nuovo contesto culturale utile non solo per le arti ma anche per la socialità.
E’ questa una caratteristica comune dei progetti di arte pubblica secondo lei? Quali altre sono le caratteristiche di questo interessante nuovo settore che in Italia appare poco sviluppato?


Il primo aspetto che contraddistingue i progetti che presentiamo, e sui quali intendiamo concentrare il lavoro del Centro di Documentazione, è che sono, come dice la parola stessa, "progetti" e non "opere". In molti parlano di Arte Pubblica, organizzano eventi e mostre ma sono pochissimi coloro che realmente si cimentano con la dimensione progettuale. Affrontare un progetto richiede compiere una ricerca iniziale, chiarirsi gli obiettivi, avere partner e finanziatori. Avviare un processo nel quale si fa parte di un gruppo interdisciplinare con figure professionali diverse da quella dell’artista richiede disponibilità, voglia di imparare linguaggi diversi e qualità umane quali umiltà e pazienza che non si trovano ad ogni angolo della strada. Pochi artisti sono in grado di avviare o anche soltanto sopportare processi partecipati, tempi lunghi, e non è un caso, infatti, se molti gruppi sono architetti perché, come è noto, gli architetti hanno per mestiere attese diverse, una dimestichezza con il lento progredire di un progetto.
L’altro aspetto fondamentale è la finalità di tutto ciò. E’ chiaro che nel momento in cui si intraprende un progetto con più attori, finanziato da committenti privati o pubblici che siano, questi si aspettano un qualche ritorno e pongono ai progettisti degli obiettivi che sono generalmente quelli di operare negli interstizi della società o dello spazio sociale per migliorarne la qualità, la comunicazione tra comunità, ma anche soltanto rilevare punti di sofferenza. Spesso i critici temono la strumentalizzazione dell’arte, ma pochi rilevano anche il pericolo opposto, la strumentalizzazione del mondo sociale da parte dell’artista. Ogni collaborazione extra artistica presenta dei rischi, ma può portare anche novità, la soddisfazione di allargare i confini del fare arte per esempio, di rendersi disponibili a nuove forme di collaborazione.
Il progetto Bunker è senza dubbio in linea con questa tipologia di intervento e siamo felici di aprire questo nuovo progetto presentandone il lavoro.

Le arti visive, e più in generale la fotografia di cui lei è una importantissima critica e curatrice italiana, sembrano decisamente orientarsi verso una deriva documentativa anche in progetti pensati ed ideati per le classiche esibizioni da white cube, da galleria o da museo per intenderci. Non più astrazione, ma storia parcellare di singole comunità, azioni, situazioni, movimenti o rivendicazioni.
La necessità del confronto spasmodico con l’attualità assegna secondo lei la preminenza alla estrema soggettività pur trattando argomenti comuni (ad una cultura, ad un territorio, ad un problema socio-politico, etc)? Fotografi come Olaf, artisti come Sarah Ciracì, performer come Tiravanjia, Spoerri o Scurti, affidano sempre di più i loro storytelling (o si nutrono di) a comunità, situazioni, ambiti esistenti, mondi o altro (condizioni politiche) ampiamente documentati e riscritti quasi nella stessa chiave (docu/fiction). E’ un caso oppure non esiste più il "ritratto" nel senso ottocentesco e novecentesco in cui chi guarda e chi viene guardato non stanno dalla stessa parte? Od ancora, in progetti del genere cambia, oltre al significato di committenza e di oggetto d’arte, anche il concetto di pubblico? In questo caso penso a Metavilla, il padiglione francese, esperienza illuminante di arte pubblica alla Biennale di Architettura di Venezia 2007…


E’ un po’ difficile rispondere a tante domande tutte insieme. Provo a separare alcune idee per capirci meglio. Dal mio punto di vista (che è comunque parziale, perché è impossibile avere una visuale su tutto il complesso scenario contemporaneo) non mi sembra che ci sia una vera deriva documentativa. C’è forse un nucleo di fotografi che concentra lo sguardo sulle macro e microtrasformazioni del territorio. Alcuni lo fanno con l’occhio dell’osservatore di sempre. Non certo con l’auto-legittimazione che poteva avere un viaggiatore occidentale come Cartier-Bresson che fotografava la Cina che stava per scomparire negli anni Quaranta del secolo scorso, ma piuttosto con la freddezza toponomastica di un Armin Linke o con la pretesa oggettività di Francesco Jodice. Altri dimostrano un ego meno strutturato, si lasciano invadere antropologicamente un po’ di più, affidano il racconto ad altri perché l’oggetto del loro interesse non è il ritratto in sé, ma ciò che avviene tra soggetto e oggetto oppure tra oggetto osservato e spettatore. Sempre di più gli artisti - soprattutto nei progetti pubblici - si concentrano su questo aspetto della "relazione" tra i soggetti sia singoli che plurimi. Penso sia naturale perché il tema del giorno - che ci piaccia o no - è sempre di più quello della traduzione e della traducibilità dei linguaggi.
Per quanto riguarda il ritratto ottocentesco è ciò che dice di essere, parla all’osservatore a carte scoperte, dichiarando i suoi valori e posizione di partenza. E’ una rappresentazione e non l’esame della relazione che intercorre tra due soggettività. Tutto dipende dagli obiettivi che ciascuno si pone. E naturalmente dalla bravura dei singoli. Non ci sono mai ricette sicure per un buon ritratto o per una bella opera.
Per quanto riguarda il padiglione francese credo che l’intenzione dei curatori fosse quella di capovolgere le parti: fare un’architettura senza muri, lo specchio della vita di ciascuno, un processo continuo. L’ho trovato divertente anche se - spero che non mi si accusi di essere politically incorrect - un po’ francese nel vezzo "metalinguistico", un po’ vecchio rispetto alla stessa cultura d’oltralpe che cominciò a parlare di metalinguaggi parecchi decenni fa.

Connecting Cultures ha due personalità in una: il produttore e l’archivio documentale. Raccoglie, però, significativamente una esperienza ed un’eredità vaste nel campo dell’arte pubblica, avendo collaborato con i migliori esempi italiani, tra cui Artway of Thinking, che ho avuto la fortuna di vivere in prima persona come pubblico: un progetto comunitario, il cui acronimo è Leader, teso a migliorare lo sviluppo di zone rurali depresse, è stato gestito da artiste che hanno creato un vocabolario comune (tra soggetti differenti: amministrazioni, imprese, pubblico, artisti) e un percorso di visite in cui la vera missione era "perdersi per conoscere". Come vi relazionate con gli altri soggetti attivi in Italia sullo stesso settore? Avete una specifica dimensione nel nord Italia, lasciando alla Fondazione Olivetti il sud? Che tipo di rilevanza internazionale ambite ad avere in una città a scarsa credibilità nel campo della disciplina della public art come Milano? Come vedete esempi, secondo me ampiamente superati, di arte nei luoghi pubblici come le piazze napoletane (Annali Dell’arte, Piazza del Plebiscito)?

Il tentativo di tutti noi è quello di costruire faticosamente una legittimazione e una più approfondita comprensione di questo settore, favorire lo sviluppo di professionalità diverse e costruire nel tempo un sostegno reale in termini di formazione e istituzioni all’artista che si cimenta con la realtà del progetto. Di solito si comincia lavorando nella sfera a ciascuno più vicina, ognuno ha una storia e delle competenze piuttosto diverse e per ora c’è talmente tanto da fare che anche se c’è dialogo e molta voglia di collaborare, tutto ciò che riusciamo a realizzare è dialogare a distanza piuttosto che collaborare in concreto. Questo è dovuto soprattutto alle difficoltà quotidiane di ognuno e i tempi lunghi che impone questo tipo di progettualità.

Può anticipare qualcosa dei prossimi appuntamenti di FuoriLuogo che seguono Bunker del 15 febbraio? A marzo Verdecuratoda, un progetto di Ettore Favini, vincitore Artegiovane 2006. Ad Aprile Reality Check, un progetto live|media di Riccardo Benassi, che attualmente pare abbia scelto Berlino a Bologna. A Maggio Radio_Cept FM, CEPT University, Ahmedabad, India, un progetto di Beatrice Catanzaro…

Il filo conduttore è certamente definito dalla dimensione progettuale, che affonda le sue radici nel complesso tema del territorio, affrontandolo con linguaggi e strumenti diversi a seconda della sensibilità e della linea di ricerca utilizzate. Gli artisti invitati sono tutti italiani, e anche questo è un elemento di continuità: ci interessa cominciare a costruire un dialogo che vada però al di là della singola situazione nazionale; non è un caso che tra loro ci sia chi vive a Berlino e chi si sposta addirittura fino all’India per lavorare sul contesto locale. Tra i temi di fondamentale importanza per noi vi è quello della interdisciplinarietà della ricerca e della collaborazione affrontata da ciascun artista con altri interlocutori: durante le presentazioni dei progetti selezionati interverranno infatti – accanto all’artista – diverse figure professionali che allargheranno il raggio d’azione della ricerca. Architetti, scrittori, critici e collezionisti: il tentativo - nel nostro piccolo - di rinnovare questo tipo di incontro col pubblico parte proprio da qui: ci piacerebbe restituire il senso della complessità dei progetti e della ricerca originale compiuta dagli artisti. La componente della memoria e il lungo lavoro di relazione compiuto da Laura Morelli per il progetto Bunker, che apre il ciclo di incontri; la riqualificazione di un’area urbana attraverso la progettazione di Ettore Favini e l’indagine sul proprio territorio d’appartenenza di Riccardo Benassi, che unisce alla traccia video ossessiva e impersonale un delicato quanto inquieto intervento audio, che proporrà live per FuoriLuogo. Infine Beatrice Catanzaro, con un complesso progetto di arte pubblica fortemente basato sul contesto socio-politico del contesto in cui opera.

Diana Marrone

©CultFrame 02/2007



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Laura Morelli
Bunker






Ettore Favini
Verdecuratoda






Riccardo Benassi
Reality Check






Beatrice Catanzaro
Radio_Cept FM
CEPT University
Ahmedabad, India






Relazioni
Associazione culturale Connecting Cultures





Informazioni
CittàMilano
Quando15/02/2007-15/05/2007
Cicolo di incontriFuoriLuogo
15 febbraioBunker di Laura Morelli
CuraSara Mazzocchi
15 marzoVerdecuratoda di Ettore Favini
10 aprileReality Check, di Riccardo Benassi
15 maggioRadio_Cept FM di Beatrice Catanzaro
DoveConnecting Cultures
IndirizzoVia Giorgio Merula, 62
Telefono(39)0289181326
BigliettoIngresso libero
 
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