
writ in Water / Ode to Mutability Intervista a Silvia Stucky Roma. L’omaggio all’Oriente è dichiarato da Silvia Stucky (Roma 1959), soprattutto al Giappone, all’Iran che ha visitato nel 2004 (in occasione della collettiva Carte 7 alla Fondazione per le Creazioni artistiche di Niavaran a Teheran), e alla Cina dove è stata la scorsa estate. E’ da qui che arriva il motivo delle nuvole, ricorrente nel suo linguaggio: "nuvole che viaggiano da una cultura all’altra". Quanto agli azzurri (in tutte le imprevedibili sfumature cromatiche) -poetica evocazione dell’acqua nella sua evoluzione simbolica di mutazione/immobilità, di fluire vitale– il tema è presente nelle opere della Stucky con una consapevolezza sempre più radicata a partire dal 1996 (con la presentazione del suo primo video al XVII Festival Internazionale del Video di Locarno). Anche in writ in Water. Ode to Mutabilità alla Keats-Shelley House di Roma il leitmotiv è quello dell’acqua e della mutevolezza, interpretato sia con il linguaggio pittorico -una quindicina di piccole gouache- che con quello fotografico. Acqua e mutevolezza, due parole-chiave in cui ritroviamo un passo dell’epigrafe tombale di John Keats – dettata dallo stesso poeta (in italiano suona "Qui giace colui il cui nome è scritto sull’acqua") – e il titolo di un poema (La mutevolezza) di Percy Bysshe Shelley che inizia con: Noi siamo come nuvole che velano la luna a mezzanotte;/ così irrequiete sfrecciano,/ e sfavillano,/ e fremono,/ striando l'oscurità radiosamente!/ eppure subito la notte si richiude attorno, e le cancella… Entrambi i poeti romantici inglesi sono sepolti nel Cimitero Acattolico di Roma.
Prima di iniziare ad esporre (la prima mostra è del 1984), hai frequentato il liceo artistico e storia dell’arte all’università. Gli studi che hai fatto hanno influenzato in qualche modo il tuo linguaggio artistico?
La mia memoria visiva è stata sicuramente influenzata dai miei studi. Gli artisti che ho sempre preferito sono Monet e Matisse. Senza dubbio questi amori si sono arricchiti negli anni anche attraverso approfondimenti di studio, ma sento che c’è qualcosa del loro lavoro che mi riguarda molto da vicino. Monet ha detto: “Sarei più felice se volessero riconoscermi il dono, l’abbandono totale di me stesso”. Inoltre la conoscenza che aveva dell’arte orientale non era solo visiva: il suo lavoro mostra che ne comprendeva l’aspetto filosofico. Nella casa di Giverny si fece costruire un giardino per riprodurre la natura. Il fatto stesso di fare e rifare gli stessi soggetti –le ninfee, il roseto o il ponte giapponese– è sicuramente una modalità orientale. La pittura orientale è proprio questo, il ripetere attraverso i secoli gli stessi soggetti. Quanto a Matisse, invece, di lui amo il colore.
L’acqua è un tema ricorrente nei tuoi lavori. Che significato ha per te?
Ho sempre avuto una passione per la pittura di paesaggio cinese con il sumi, un inchiostro estratto dalla fuliggine di pino. Acqua e rocce, nebbie, piccole figure che guardano… All’università seguii anche un corso sulla pittura di paesaggio cinese. Poi ho frequentato Wang Po Shu, un artista cinese che ha vissuto a lungo a Roma prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Avevamo partecipato a qualche collettiva insieme, poi un giorno ho scoperto che insegnava tai chi chuan, così ho iniziato a praticare questa disciplina legata al taoismo. Col tempo mi ci sono appassionata sempre di più, anche dal punto di vista filosofico. Nel taoismo l’acqua è un elemento fondamentale, simbolico. Negli antichi testi è scritto che l’atteggiamento dell’uomo deve essere come quello dell’acqua, deve avere la capacità di fluire insieme alle cose. Questo mi sembra tanto più importante oggi che l’acqua è diventata una risorsa così preziosa e così mal utilizzata. Nel mio lavoro uso l’acquarello, la gouache, la china e altri inchiostri, comunque il colore è liquido. Sono un’artista d’acqua, di trasparenze.
In questa mostra alla Keats-Shelley House esponi gouache e fotografie… nelle prime predominano gli azzurri, nelle seconde il verde quasi acido delle foglie, il grigio della pietra…
Le gouache –in tutto quindici– sono legate alla prima parte del titolo della mostra, writ in Water. Sono lavori in cui ho ripreso decorazioni persiane, turche, cinesi, giapponesi. Ci sono elementi che ritornano, che sono presenti in periodi storici diversi su stoffe, vasi, stampe… Il motivo delle nuvole cinesi ha viaggiato attraverso lo spazio e il tempo, lo si trova perfino negli affreschi medievali di Ferrara. Le carte che ho utilizzato le avevo comprate a Kyoto, in Giappone, nel 1999. Mi capita spesso di comprare materiali, o di fare delle riprese, che non utilizzo nell’immediato. Mettere da parte è la mia specialità. Sono molto lenta, ho bisogno di sedimentare. Le fotografie –nove, tutte digitali– attengono più al tema della Mutability. Sono particolari delle tombe e del giardino del Cimitero Acattolico di Roma, presi da varie angolature e in momenti diversi, nel passaggio dall’inverno alla primavera. Le immagini sono tutte orizzontali, forse perché il mio sguardo è sempre attratto dal paesaggio.
Pittura, installazione, video, fotografia. Quali tra queste tecniche riconosci maggiormente come tua?
Non mi interessa la tecnica in sé. Dalla pittura sono passata all’installazione, al video e alla fotografia, analogica e poi digitale, ma il mio è stato –ed è- un percorso interiore. La scelta del mezzo è legata al pensiero piuttosto che alla tecnologia. E’ indifferente per me stare ore a dipingere con un pennellino, fotografare o fare riprese con la telecamera. I miei lavori su carta sono sempre stati strettamente legati al luogo, alle sue caratteristiche fisiche, ambientali. Dalla pittura sono passata al video per la mia attenzione all’acqua, dunque al movimento, al fluire. Sono molto spesso video a camera fissa, i miei, perché quello che mi interessa è ciò che si muove davanti a me: non sono io che mi muovo. Proprio lavorando con il video è aumentata sempre più la mia attenzione per quello che mi circonda, dai piccoli oggetti alla natura, al paesaggio inteso sia come grandezza e vastità, sia nel dettaglio. Questo vale anche per le fotografie, in cui il particolare non è frammento o mancanza, ma rimando alla totalità. Nei video e nelle fotografie, quindi, l’inquadratura nasce da una lunga, lenta osservazione. Invece che imporre un’idea -un taglio deciso in anticipo- accolgo ciò che sta di fronte a me, ne seguo il tracciato come si segue il modo di comportarsi dell’acqua, senza averne uno proprio. Quando ho ripreso la pittura, di recente, vi ho portato questa lentezza e questa apertura.
Manuela De Leonardis
©CultFrame 10/2006
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 Silvia Stucky Mutability, 2006
 Silvia Stucky Mutability, 2006
 Silvia Stucky Mutability, 2006
 Silvia Stucky Silvia Stucky writ in Water Gouache, 2006
 Keats-Shelley House di Roma
| Informazioni | | Città | Roma | | Quando | 24/10/2006-02/12/2006 | | Dove | The Keats Shelley House | | Indirizzo | P.zza di Spagna, 26 | | Telefono | (39)066784235 | | Orario | lun.-ven. 9-13 e 15-17.45 sab. 11-14 e 15-17.45 (ch. dom.) | | Biglietto | 3,50 euro | | Cura | Catherine Payling |
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