
Fotografi a Bamako Gli studi fotografici della capitale maliana Bamako. Il Marché de Bobolibougou è colorato con i suoi banchi di frutta, i contenitori di plastica e i tessuti con cui si vestono uomini e donne, le botteghe invece sono per lo più dall’altro lato della strada, trafficata e polverosa di sabbia rossa. In questo tratto, lungo la Rue 145, che costeggia il fiume Niger fino alla sagoma gigantesca e ultramoderna dell’Hotel de l’Amitié, quartier generale della sesta edizione dei Rencontres Africaines de la Photographie, curata da Simon Njami (10 novembre-10 dicembre 2005) - riconosciuto appuntamento internazionale dieci anni dopo il suo debutto - ci sono tre studi fotografici, piccoli laboratori con l’insegna dipinta e qualche foto esposta all’esterno. Il più vecchio è lo Studio Sabunyumar di Mamoutou Fane, un fotografo settantenne che come tutti accusa la crescente crisi della fotografia maliana da quando l’invasione dei Foto Service ha rubato gran parte del lavoro. Insomma la fotografia di studio, un tantino statica ma di sapore antico, non va più di moda, soppiantata dall’istantanea. Anche di fotografi ambulanti non se ne vedono più in giro per Bamako. I laboratori che lavorano regolarmente sono quelli commerciali, testimoni di eventi e cerimonie.
La tipologia architettonica è più o meno la stessa - una ventina di metri quadri in tutto - con un primo ambiente, il negozio con il bancone, la panca e gli sgabelli, da cui si accede allo studio vero e proprio, una piccola stanza buia dominata dalla presenza del treppiedi, dei riflettori, del fondale dipinto e di qualche tenda di colore diverso - bianca, rossa, turchese… - che funge sempre da sfondo. Non manca mai il cesto con i fiori di plastica. E’ questo il luogo magico in cui avviene il passaggio dal presente all’eternità. Così era lo studio dei pionieri della fotografia maliana: Mountaga Dembélé (1919), Seydou Keita (1923-2001), Abderramane Sakaly (1926-1988), Félix Diallo (1931-1997).
Anche lo studio di Malick Sidibé, il più famoso fotografo vivente del Mali (è nato nel 1936), a cui è stato attribuito nel 2003 il prestigioso premio Hasselblad, è così. A Malick è dedicata la sezione Coup de chapeau nell’ambito dei Rencontres Africaines de la Photographie: scatti in bianco e nero degli anni ‘60-’70. E’ una selezione del suo percorso iniziato alla metà degli anni ’50, all’indomani degli studi artistici, quando era assistente del fotografo francese Gégé Guillat, detto "Gégé le Pelicule". Malick Sidibé è il portavoce di quella generazione di ragazzi - la sua - che negli anni ’50 e ’60 frequentavano i club dove si ballavano i balli moderni – cha cha cha, twist, rock, salsa, merengue… – e ci si vestiva secondo la moda dei bianchi, nonché del passaggio dal colonialismo all’indipendenza, nel 1960. Il 1962 è la data ufficiale di apertura dello Studio Malick, all’angolo n. 19 di Rue 30 nel quartiere di Bagadaji. Lo studio c’è ancora, con i suoi scaffali dove sono allineate - ordinatamente - centinaia di macchine fotografiche incluse le mitiche Rollieflex, Yashica, Lubitel, Zenit, Rollop, Weltaflex e apparecchi di fabbricazione sovietica, insieme ad altrettante scatole di cartone, impilate una sull’altra, custodi di migliaia di negativi (mai catalogati) scattati in oltre trent’anni di attività. Con l’avvento del colore, alla fine degli anni Settanta, Sidibé ha lasciato la professione, dedicandosi alla riparazione delle macchine fotografiche. Ora è soprattutto Karim, 35 anni, uno dei suoi 14 figli ad occuparsene. Anche lui è fotografo come il maggiore Fousseni, 42 anni, e il minore Mody, 32 anni, tutti coinvolti nel business di famiglia. Sidibé è sempre più spesso impegnato all’estero a presenziare mostre dedicate al suo lavoro (in questi giorni è in Lussemburgo per la mostra Seydou Keita e Malick Sidibé, che abbiamo visto anche in Italia nel 2001, al Museo Andersen di Roma). Quando non è all’estero, poi, insegna fotografia al Conservatorio delle Arti e dei Mestieri Multimediali di Bamako, diretto dal pittore Abdoulaye Konaté. Lo Studio Malick è tappa d’obbligo per gli europei a caccia del souvenir fotografico da riportare a casa: una stampa odierna da negativi d’epoca costa €100,00, autografo incluso.
L’altra tappa è la Galleria Chab, la prima ad occuparsi di fotografia contemporanea. L’ha aperta Chab Touré in Rue Fankélé-Diarra. Lo spazio è senza pretese, ma è molto bella l’idea di appendere le foto incorniciate sulle pareti esterne. E’ un fluire continuo e diretto tra il presente bloccato nelle immagini fotografiche e quello che scorre nella strada, movimentato dalla gente, dai rumori, dai suoni, dagli odori, dai colori. Una parte degli scatti di Hamidou Maiga, quelli dedicati alla gente di Timbouctou è esposta lì. Personaggio affascinante Maiga - elegantissimo con l’immenso boubou viola che copre il suo metro e 90 di altezza e le babouche bianche come il berretto - è nato nel 1932 a Bobodioulasso (oggi Burkina Faso), ma dall’infanzia ha vissuto a fasi alterne a Timbouctou, dove con la sua macchina fotografica acquistata di seconda mano da un fotografo del Ghana che gli ha insegnato i rudimenti della fotografia, ha ritratto la gente di Timbouctou dalla fine degli anni ’50. Notabili, artigiani, marabuti, mamme con bambini… dietro i loro volti e i loro corpi il fondale è improvvisato: un tessuto, una coperta kente, un tappeto. Dal 1973 Hamidou Maiga si è trasferito a Bamako dove ha aperto lo studio vicino all’Avenue de l’O.U.A., nel quartiere di Sogoniko. Attende i pochi clienti che vanno da lui per le foto d’identità con la chitarra in mano. Una vecchia passione quella della musica, è compositore e suona anche la jourkele, una chitarra monocorde, e c’è chi, ancora oggi, canticchia le sue canzoni per i vicoli di Timbouctou.
Manuela De Leonardis
©CultFrame 12/2005
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