
Una testimone al di là delle mode Intervista a Paola Agosti Definita dal fotografo e regista RAI, Piero Berengo Gardin, per l'impegno profuso come fotoreporter negli anni '70, "il più fragile carro armato che conosco", Paola Agosti ha legato il suo nome anche ad un'appassionata e sensibile ricerca personale di taglio più etnografico, che l'ha portata, fra la gente dell'alta Langa e in giro per il mondo, per dare ai "vinti" della Storia un volto.
Puoi parlarci degli inizi, come ti sei avvicinata alla fotografia?
Gli inizi sono stati assolutamente casuali. Avendo fatto il Liceo Artistico, e frequentato per un certo periodo l'Accademia Di Belle Arti, ho cercato lavoro in uno studio di grafica; lì, come apprendista, mi misero a lavorare in camera oscura e conobbi una serie di fotografi. Tra loro la milanese Augusta Conchiglia, che all'epoca aveva già lungamente lavorato come fotografa di scena presso il Piccolo Teatro di Milano. Decidemmo di collaborare e proporre servizi fotografici nei vari teatri romani; e riuscimmo ad avere una piccola collaborazione col Sistina.
Era la fine del '69. Ero arrivata a Roma da un anno, "emigrata" da Torino. In quel periodo mi dividevo tra il lavoro, per la sopravvivenza, come fotografa di scena e il lavoro che mi piaceva di fotoreporter legata all'attualità politica, ai temi sociali e ideologici, gli ideali per meglio dire, degli anni '70, visto che volevamo cambiare il mondo.
Nel '76 pubblicai il primo libro, Riprendiamoci la vita, immagini del movimento femminista.
Com'era allora il lavoro delle donne in fotografia?
Quando mi occupavo d'attualità politica non direi che ci fossero altre donne, all'inizio soprattutto.
A Roma tra coloro che seguivano l'attualità c'erano fotografi molto agguerriti. La maggioranza di loro era fortemente maschilista e non era facile competere, la qual cosa alla fine mi rese un po' insopportabile quel lavoro.
Va detto che nemmeno lavorare tra le frange più "dure" del movimento femminista, in quegli anni era particolarmente gradevole: atteggiamenti un po' chiusi e settari, rendevano anche certe donne poco elastiche rispetto a chi voleva fare informazione.
Accanto a quest'esperienza non sempre positiva, ci fu però, per più di dieci anni, l'esperienza bellissima con Noi Donne, il giornale dell'UDI.
Cosa rappresentò per te quell'esperienza?
Feci la conoscenza di una certa Italia non sempre dichiaratamente femminista, ma fatta di donne che avevano lavorato in risaia, fatto la Resistenza, che erano entrate per prime a lavorare nelle grandi fabbriche del nord: tutta un'umanità al femminile straordinaria, che ebbi modo di avvicinare con la macchina fotografica.
Spesso il giornale non aveva denaro a sufficienza per pagare l'albergo, ed eravamo ospiti in casa di queste donne dell'UDI, viaggiavamo sempre con la mia macchina, quindi dovevo fare da autista, oltre che da fotografa; erano viaggi assolutamente disagevoli, ma ho davvero ricordi molto belli legati ad un'Italia e, forse, a delle donne che non esistono più.
Il mondo dei vinti, uscito nel '78, segna una nuova tappa nel tuo percorso...
Era un lavoro che aveva pur sempre un taglio di reportage, ma non più legato all'attualità; una ricerca "sul campo" fatta nella parte più povera della provincia di Cuneo, l'alta Langa, seguendo lo stesso itinerario dell'omonimo libro di Nuto Revelli, che tanto mi era piaciuto. Raccontava la fine di una civiltà, quella contadina, schiacciata dall'avvento dell'industrializzazione, descriveva "il terzo mondo alle porte di Torino", ma quella realtà non apparteneva solo al profondo nord, riguardava tutta quanta l'Italia.
Quando le fotografie de Il mondo dei vinti furono esposte a Buenos Aires mi resi conto che molti dei visitatori della mostra riconoscevano in quelle immagini le situazioni da cui erano emigrati i propri padri e nonni. Scoprii che in Argentina vivevano quasi quattro milioni di persone d'origine piemontese, con un'identità regionale ben radicata e forte.
Tra la metà degli anni '80 e l'inizio dei '90, compii una serie di viaggi in Argentina per documentare questo mondo un po' fuori dal tempo, che è il mondo di chi emigra e non sa dimenticare la propria terra, alla quale rimane legato per sempre. Ma già negli anni '70 ero stata ripetutamente in America Latina (e in Africa) per seguire temi più legati all'attualità.
Nel corso degli anni hai fotografato molti importanti personaggi della politica e della cultura ...
Con l'inizio degli anni '90 mi dedicai sempre più al ritratto, mettendo insieme con un'altra fotografa, Giovanna Borgese, una galleria di ritratti dei grandi vecchi della cultura del Novecento, Uscì da Einaudi, così, nel '92 Mi pare un secolo. Ritratti e parole di centosei protagonisti del Novecento; accanto al ritratto di ognuno di questi personaggi, c'è un loro testo legato al Novecento.
Da lì venne, a Giovanna e a me, l'idea di un altro libro, C'era una volta un bambino, una raccolta di ritratti (non più nostre foto) di questi stessi, e altri personaggi, da piccoli con una pagina in cui ricordavano che bambino erano stati.
La fotografia è stata per te una passione?
Adesso tra pochi mesi, credo, saranno 33 anni che faccio questo lavoro e me lo domando...
C'è stato l'arrivo di nuovi linguaggi, con l'informatica e la tecnologia digitale, ma non mi appartengono: forse sono come quei pittori un po' accademici di fine Ottocento, che quando nacquero gli Impressionisti si sentirono piuttosto fuori tempo.
Non bisogna, ad ogni modo, lasciarsi condizionare eccessivamente né dalle mode né dagli strumenti; l'importante è esprimere se stessi, quello che hai voglia di dire, finché hai voglia di dirlo: credo che arrivi un momento in cui la vena creativa di un fotografo si esaurisce; può continuare ad essere un ottimo esecutore, può fare lavori di routine, ma una certa "carica propulsiva" non la sente più.
C'è stata in ogni modo un'altra passione che ha attraversato la tutta mia vita; che supera per intensità quella per la fotografia: gli animali. In 30 anni, in giro per il mondo e per l'Italia, ne ho fotografati tantissimi di tutte le specie, ma solo i cani sono finiti in un libro, Caro cane, con La Tartaruga.
Credi che esista un particolare occhio fotografico legato all'esser donna?
Si è molto discusso al riguardo negli anni scorsi e si continua ancora... Tuttavia non vedo proprio questa grandissima differenza tra l'occhio maschile e l'occhio femminile. Credo che sia piuttosto un problema di sensibilità individuale: infatti, ci sono state fotografe straordinarie, come Margaret Bourke-white, che hanno saputo testimoniare cose legate alla Storia, stando sempre comunque in prima linea... come dei "veri uomini".
Hai rinunciato a qualcosa per la fotografia?
Certo; se lo fai a tempo pieno, questo è un mestiere che ti richiede da giovane una grandissima disponibilità e libertà; quindi non so quante donne se lo possano permettere: indubbiamente, se sei anche moglie e madre, non sempre è fattibile.
Per quanto mi riguarda, ho senza dubbio rinunciato ad altri aspetti della mia vita privata, ma forse non è dipeso solo dall'impegno fotografico, quanto piuttosto dal mio alto "tasso" d'esigenza rispetto a me e agli altri.
Rosa Maria Puglisi
©CultFrame 12/2002
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