
L'immagine infedele La falsa rivoluzione della fotografia digitale di Claudio Marra Negli ambienti fotografici uno degli argomenti di discussione più frequenti riguarda il cosiddetto passaggio dall’era analogica a quella digitale. Ne discutono artisti, galleristi, operatori culturali, giornalisti. Ma è nell’ambito strettamente critico-teorico che si è sviluppato il dibattito più acceso e complesso. D’altronde era inevitabile, visto il forte impulso che la tecnologia digitale ha dato non solo a livello creativo ma anche a livello commerciale, rendendo la pratica della fotografia un fenomeno ancor più popolare e diffuso rispetto all’epoca esclusivamente analogica (tendenzialmente elitaria). Per questo motivo, stanno apparendo diversi volumi incentrati sull’argomento, spesso veicoli di posizioni in contrasto tra loro.
Il tema che fa "scontrare" gli addetti ai lavori riguarda sostanzialmente la natura della fotografia stessa, per alcuni totalmente rivoluzionata dall’avvento del digitale, per altri di fatto immutata per quel che riguarda il suo statuto. La questione non è di poco conto, anzi a nostro avviso appare decisamente stimolante; e probabilmente proprio grazie a questa "disputa" in corso si produrranno materiali teorici sulla fotografia come non succedeva da anni.
Uno dei testi che ha contribuito ad alimentare la controversia è senza dubbio quello recentemente scritto da Claudio Marra per Bruno Mondadori. Il titolo e il sottotitolo forniscono subito al lettore la linea analitica seguita dall’autore: L’immagine infedele – La falsa rivoluzione della fotografia digitale.
Nella quarta di copertina si tende ad evidenziare come quello scritto dal docente del DAMS dell’Università di Bologna non sia "un libro contro il digitale".
Lo studioso tende innanzitutto a sostenere come il modo analogico e quello digitale non siano poi così opposti tra loro. La posizione di Marra è molto chiara: "…il cuore tecnologico della macchina fotografica digitale è un apparato elettronico di natura analogica così come analogico è il tradizionalissimo negativo a base chimica". Per spiegare ciò, lo storico della fotografia si addentra con grande precisione nella "decifrazione" del Charge Couplet Device, meglio noto agli appassionati come CCD, dispositivo che, nel momento in cui agisce la luce, permette il raggruppamento di elettroni nel cosiddetto "photosite"; la densità di tale raggruppamento è determinata dall’intensità della luce. In seguito a questa analisi (che noi abbiamo per ovvi motivi ultrasintetizzato) afferma l’autore: "…il funzionamento del CCD non è dunque sostanzialmente diverso da quello della pellicola". Il discorso di Marra non si ferma solo su questo punto e prosegue evidenziando la questione della differenza tra segnale continuo, quello analogico, e segnale discontinuo numerico/digitale.
Qua ci fermiamo poiché la sfera teorica può contribuire allo stesso tempo a chiarire questa problematica ma anche a complicarla ulteriormente, mentre ciò che a noi interessa è comprendere se l’avvento della tecnologia digitale abbia cambiato il modo di fotografare; e ancor di più lo sguardo del fotografo, partendo dal presupposto che l’azione creativa fotografica prima che un atto tecnico è un’idea espressiva.
Pensiamo che sia in verità questo il vero tema centrale della questione digitale, questione ancora non del tutto chiarita.
Alicia M. Huberman
©CultFrame 12/2006
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