
Open Wound Chechnya 1994 to 2003 di Stanley Greene Un muro grigio crivellato di colpi d’arma da fuoco. Segni di un feroce combattimento, ciò che rimane di una battaglia dopo l’esplosione della violenza incontrollata, della follia umana. Sembra l’effetto devastante di una malattia sulla pelle di un individuo ed invece è la testimonianza della sofferenza di un intero popolo.
Con questa immagine esemplare, allo stesso tempo metafora della guerra e raffigurazione realistica del conflitto, si apre il libro di Stanley Greene intitolato Open Wound – Chechnya 1994 to 2003. Le scritte bianche, che riportano il nome dell’artefice degli scatti fotografici e l’intestazione di questo prodotto editoriale, impresse sulla trama sgranata del frame d’apertura sembrano di fatto dei titoli di testa di stampo cinematografico, titoli che danno avvio più che ad un toccante reportage su una delle guerre più sanguinose degli ultimi anni ad un film mentale, vera e propria ricostruzione interiore, che l’occhio lucido di Greene ha sapientemente montato dandogli forma narrativa.
L’autore, membro dell'Agenzia parigina VU, ha costruito infatti un percorso visivo che si avvicina più al racconto che al classico servizio fotogiornalistico destinato ad alimentare la bulimia dei mass media internazionali. Lo spirito che l’ha guidato non è dunque banalmente sensazionalistico. Anche quando la morte emerge come elemento centrale delle composizioni, la sensazione è che Greene abbia solo voluto portare alla luce l’angoscia del dolore senza utilizzare una facile ed inutile retorica.
Un campo innevato, un cappio che pende in maniera inquietante, un sentiero in mezzo al fango, una strada ai cui lati sono visibili edifici distrutti. La porzione di realtà catturata dall’obiettivo comunica al fruitore oltre alla distruzione materiale anche un senso di degrado giunto a livelli intollerabili. In questo contesto gli individui appaiono come fantasmi, come scie esistenziali destinate ad evaporare. Così, in una simile condizione anche la sfera della femminilità, pur conservando i suoi tratti delicati, finisce per essere inquinata e devastata. Lo sguardo di una giovane si intravede appena dietro un vetro umido, una ragazza con il velo è inginocchiata per terra con vicino il suo kalasnikov, un’altra nell’estremo e dignitoso tentativo di non dimenticare la sua intima essenza si guarda allo specchio, ma il suo volto è spento, illuminato da una luce malata e tragica.
Più che un lavoro fotogiornalistico, quello realizzato in quest’occasione da Stanley Greene è un progetto teso a far emergere i patimenti generati dall’orrore e la drammatica perdita della dignità da parte di soggetti che anelano ad una "normalità" che non ricordano più. Anche se la pubblicazione di alcuni provini del lavoro del fotografo ci testimonia la sua intensa attività di documentazione oggettiva degli accadimenti, la selezione editoriale, compiuta per la realizzazione di questo volume, ha determinato una radicale mutazione del senso delle immagini, non solo singoli strumenti di denuncia ma veicoli di un messaggio profondo legato al senso dell’esistenza, degli eventi e delle azioni degli esseri umani.
©CultFrame 03/2004
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