
Afghanistan - Il nodo del tempo di Riccardo Venturi Era il settembre del 1996, i talebani stavano entrando a Kabul. Riccardo Venturi stava vivendo il suo "battesimo del fuoco", la sua prima volta in una zona di guerra. Le foto di quell’anno gli valsero il premio del World Press Photo del ’97. Tornerà in quei luoghi, molte altre volte incontrando molte difficoltà a scattare fotografie, perché proprio i talebani proibirono, successivamente, qualsiasi rappresentazione dell’immagine umana.
"Afghanistan – il nodo del tempo" è il prodotto dei viaggi che si sono susseguiti da quel ’96 al 2003. Un lavoro "più emotivo, che cronologico", precisa Venturi, una sequenza di fotografie senza un criterio né temporale, né geografico, se non quello strettamente iconografico che riesce ad assecondare un certo abbandono al filo dei ricordi.
Le immagini di Venturi, sempre equilibrate e sapientemente inquadrate necessitano che l’osservatore non si accontenti di una lettura che si esaurisca nel volto rugoso, al paesaggio desolato, al kalashnicov in primo piano, ma scruti ai lati, nelle zone d’ombra dove ci sono gli altri segni di una realtà complessa e tragica e che restituiscono il senso più profondo del suo lavoro e del suo impegno. Le sue fotografie, pur accentando alcuni canoni estetici collaudati del fotogiornalismo classico, rifuggono dalla spettacolarizzazione dei tramonti turistico-pubblicitari su città bombardate, di donne in burka, così belli e colorati, che sembravano sfilare per una passerella di moda allestita in zona desertica, divulgate sulla stampa internazionale dopo l’arrivo degli "alieni" americani.
Il libro trae forza narrativa anche in virtù della scelta di interrompere la sequenza fotografica con un testo appositamente scritto da Alberto Cairo, responsabile in Afghanistan della Croce Rossa: "La storia di Miriam". Il brano restituisce concretezza alle fotografie di Riccardo Venturi, si basa su una scansione temporale dall’inverno '79 –'80 al 2003 e ripercorre le tappe della vita della donna, della maestra Miriam, dal suo essere giovane madre fino alla sua condizione di nonna e nuovamente di insegnante per una generazione di donne alle quali era stata negata ogni forma di istruzione.
Il libro si apre con una foto scattata a Kabul del settembre del 1996 e si chiude con una immagine di un paesaggio desolato della provincia dello Herat nel gennaio del 2003, all’interno gli affollati bazar di Kabul, i bunker di Al Qaeda a Tora Bora, Jalalabad, la moschea di Mazar I Sharif, le montagne dell’Asia centrale, i Buddha distrutti di Bamyan, i villaggi Uzbeki del Faryab il lago Band I Amir. Gli stereotipi che in questi anni hanno finito per essere gli elementi "tipici" e caratterizzanti l’Afghanistan, sono il burka, i talebani con le loro barbe ed i campi infestati dalle mine anti-uomo.
In una foto Riccardo Venturi ci mostra uno sminatore dell’organizzazione umanitaria InterSOS al lavoro su due bombe "cluster" americane, nel luglio del 2002 a Bagram.
InterSOS afferma la centralità dell’essere umano, i principi di uguaglianza, giustizia, pace, solidarietà, il dovere di ogni individuo di aiutare, in modo imparziale e senza condizionamento alcuno, le persone che vivono in stato di bisogno e di sofferenza. Il lavoro di Venturi va nella stessa direzione.
Roberto Cavallini
©CultFrame 02/2004
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