
Un incerto stato di grazia di Sebastião Salgado La ricchezza è in mano a pochi, la povertà è uno stato di disgrazia molto più diffuso di quello che il mondo occidentale abbia pudore di mostrare. Il fotogiornalismo di Sebastião Salgado ci scuote dalla cecità che ci lasciamo comodamente imporre, per conservare ancora intatta l’illusione che quello su cui poggiano i nostri privilegi sia il migliore dei mondi possibili.
Le sue foto vibranti ed icastiche aprono una finestra verso una realtà fatta di dolore e sofferenza, alla quale non si possono voltare le spalle con indifferenza. Salgado porta davanti al nostro sguardo gli occhi di chi non ha accesso ai nostri stessi beni primari né alle nostre minime garanzie, di chi lotta quotidianamente per la vita a causa di piaghe quali la fame, la sete, la malattia, la mancanza di igiene, la povertà, problemi inaccettabili per una società tecnologicamente progredita. Queste persone lottano da sole, sfruttate e poi abbandonate, e inesorabilmente perdono tutto, tranne la loro dignità di esseri umani.
Ed è questa dignità umana che Salgado enfatizza in ogni foto, questa magica forza interiore che emana dai volti di chi ha poco o nulla a cui aggrapparsi per sopravvivere. E’ la dignità della sopravvivenza, del sapersi accontentare, del lottare per la vita, una dignità che è l’unica ricchezza di questi uomini. Negli occhi profondi e lontani di un profugo eritreo, che fugge la carestia esile e fragile come una statuina di Giacometti portando le secche carni del suo piccolo figlio tra le braccia, in quegli occhi che si stagliano ormai insensibili al dolore per il troppo dolore patito, c’è tutta la fierezza di chi affronta la morte senza più paura, perché non ha più nulla da perdere nella vita.
Brasiliano di nascita, cosmopolita per vocazione, Salgado è stato economista prima di diventare fotografo. Egli ha dedicato il suo trentennale impegno di fotoreporter ad affrontare da vicino il dramma della povertà e a veicolare con efficacia il suo messaggio universale, testimonianza dell’esistenza di un mondo che non ce la fa e che si aggrappa alla propria dignità e alle proprie tradizioni come ultimo baluardo contro l’estinzione.
Questo libro di così grande impatto e durezza, ma al tempo stesso denso di umanità e poesia, edito per la prima volta in Italia da Contrasto, contiene vecchie immagini tratte dai suoi reportage sul lavoro dell’uomo, sulla carestia nel Sahel e sulla povertà dell’America Latina, scattate in un arco temporale che va dal 1974 al 1989.
Le foto di Salgado emanano umiltà e rispetto, doti rare in un fotogiornalismo sempre più prevaricatore e morboso. Egli si pone come uomo, prima che come fotografo, davanti al dolore di altri uomini. L’occhio di Salgado non giudica, non vuole impietosire né commiserare.
Mentre fotografa sotto la pioggia i 50.000 lavoratori delle miniere d’oro brasiliane di Serra Pelada che scavano a mani nude ammassati in un budello fangoso per pochi spiccioli, Salgado è lì vicino a loro, ne coglie i corpi viscidi di metallo e melma, ne coglie la forza di volontà e lo spirito di sacrificio, che diventano un inno alla vita.
Il libro raccoglie con grande emotività tutte queste immagini e proietta sullo spettatore quest’aura di incerta grazia che lega insieme il destino di tanti esseri viventi in tutto il pianeta. Un volume che non può non porre interrogativi sul senso del mondo che ci è toccato in sorte.
La stampa del libro rende molto bene l’estetica fotografica del bianconero di Salgado, sempre così scolpito ed evocativo, in cui la luce diventa scalpello, intarsia i volti e i luoghi, evoca distanze incolmabili. La luce è il calamaio da cui Salgado attinge forza e poesia per raccontare con ispirata partecipazione, da queste intense pagine, la sofferenza di un mondo dimenticato.
Filippo M. Caroti
©CultFrame 11/2002
|
|
|