
Architecture without shadow di AA.VV. Terence Riley, nella sua introduzione al volume Architecture without shadow, fa riferimento ai lavori di Ed Ruscha, incentrati sulle strutture commerciali della California, e a quelli di Bernd e Hilla Becher, basati sulla rappresentazione dei paesaggi industriali del nord Europa. Un esempio, sottolinea Riley, di immagini nelle quali la dimensione individuale degli autori prevale sulla "semplice documentazione" dell’opera architettonica.
Ed è proprio questo il tema del bellissimo volume pubblicato dalla casa editrice spagnola Ediciones Polìgrafa, che raccoglie le fotografie di sette artisti contemporanei, i quali hanno dato alle strutture architettoniche una loro personale interpretazione.
Le riprese di Candida Höfer, che dagli anni ‘70 ha fotografato interni, stanze, librerie, musei, università, sale d’attesa e banche, sono espressamente "ordinarie". Il suo obiettivo ripercorre l’ipotetico itinerario di un visitatore qualunque. Höfer utilizza la luce naturale e tende a non intervenire né con l’uso del treppiede, né in fase di stampa. Negli spazi vuoti, la presenza umana non è esplicita ma è evocata attraverso gli ambienti costruiti dall’uomo ed è rintracciabile negli oggetti, nei mobili e nella loro disposizione.
Hiroshi Sugimoto, celebre per le opere create con soggetti di cera e per le lunghe esposizioni nelle sale cinematografiche deserte, sceglie di spogliare gli edifici del loro ruolo, rendendoli irreali, semplici oggetti privati della loro originaria funzionalità. Il punto di ripresa, mai frontale, e la forte sfocatura rendono la struttura architettonica (solitamente protettiva) fragile, instabile e, in un certo qual modo, sognata. La mancanza totale di nitidezza crea una sensazione d’insicurezza ed ambiguità.
Architecture without shadow, con la presentazione e l’analisi di opere eseguite, oltre che da Höfer e da Sugimoto, anche da Balthasar Burkhard, Günther Förg, Andreas Gursky, Thomas Ruff e Jeff Wall, vuole dimostrare come le scelte espressive di certi fotografi svelino l’essenza intima degli spazi e della materia, facendola "coincidere" con l’interiorità umana e con le sue caratteristiche psicologiche.
Orith Youdovich
©CultFrame 2002
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