
Frank Horvat Antonioni più teatro giapponese più Coco Chanel. E se fosse questa la "composizione" di Frank Horvat, il segreto del suo fascino inquietante e remoto? Del grande fotografo croato (è nato ad Abbazia nel 1928, quando la cittadina era ancora italiana), la libreria Assolibri presenta per la prima volta a Firenze una succinta antologia di venti scatti compresi tra il 1950 e il 1962, a cura dello stesso autore. La mostra è piccola e densa, un vero distillato dei tratti caratteristici di questo artista singolare, che ha saputo fare del mondo della moda un universo astratto, imperturbabilmente tragico (tra il ’57 e il ’62 ha lavorato per le riviste più prestigiose, quali "Jardin des Modes", "Elle", "Glamour", "Vogue", "Harper’s Bazaar"), e al tempo stesso ha intravisto nella vita quotidiana la pura bellezza delle forme.
Con Horvat, come con Chanel, suo implicito alter ego, la moda esce dagli atelier dei grandi sarti e scende in strada, si mescola alla folla dei locali notturni e dei mercati. Con un effetto sorprendente: cioè senza "democratizzarsi". Le donne di Horvat portano in giro i loro abiti da sera e i loro fantasmagorici cappelli come gli attori greci indossavano i coturni, o con la stessa regale lontananza con cui gli interpreti kabuki trasformano il proprio volto in una maschera. Intorno a loro, gli uomini non sono che grotteschi intrusi, eleganti lacchè da varietà, ombre cinesi. Ma dal bianco e nero, Horvat sa estrarre molto altro: migliaia di chiaroscuri, la nitidezza tagliente dei contrasti, la vertigine del movimento - sia una bambina che vola sull’altalena in un cortile del Cairo o la folla sfocata e tumultuosa di Saint Germain. E soprattutto, la modernità. Senza essere un "documentarista", infatti, Horvat ha saputo cogliere, testimoniandola in prima persona, la grande rivoluzione incruenta degli anni cinquanta e sessanta, capace ancora oggi di stupire noi smarriti voyeurs, postmoderni.
Beatrice Manetti
©CultFrame 12/2000
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