
Thomas Demand Grotto / Yellowcake La Fondazione Prada è la più grande impresa culturale di origine privata del paese. Non solo a Milano, non solo nell’arte (spazia da architettura a filosofia, passando per le arti visive). Sicuramente, lo è soprattutto a Venezia – regno italiano delle Biennali (arte, cinema, architettura le più affollate). Se la Mostra del cinema non avesse Prada, non avremmo visto Storia Segreta del Cinema Asiatico e Russo (gemellate poi in rassegna a Milano). Milano non avrebbe le sue mostre più forti e più discusse (22 esposizioni realizzate tra il 1993 e il 2007, tra cui Eliseo Mattiacci, Carsten Holler, Sam Taylor-Wood, Mariko Mori, Steve McQueen, Tom Sachs, Vezzoli, da ultimo Tobias Rehberger). Occorre interrogarsi: l’orizzonte italiano per le culture è così piccolo che una importante e illuminata collezionista e mecenate (imprenditrice a capo di uno dei brand italiani del lusso più importanti al mondo), nell’elargire al pubblico gli iceberg della sua collezione riesce da sola a fare più di tutto e tutti? Non si guarda la targa della cultura: quella di Prada è eccelsa, e – tramite la cura di Celant e di una squadra attenta – riesce ad entrare ovunque, anche nelle carceri (come San Vittore) – portando un po’ di meraviglia anche in luoghi preclusi dagli sguardi.
Il tedesco Thomas Demand – sempre all’Isola di San Giorgio presenta una doppia personale, curata da Germano Celant: Processo Grottesco e Yellowcake.
Arrivando alla Fondazione Cini, sede della mostra, in Vaporetto, si incontra per prima Processo Grottesco. Parla di Grotto, l’opera a cui l’artista lavora da anni e che, in mostra, è protagonista con tutti gli incessanti lavori preparatori compiuti per la sua realizzazione (cartoline, disegni, documenti). I visitatori si perdono e si straniano nella mole degli oggetti di referenza che Demand ha raccolto e studiato per preparare Grotto, fino a che arrivano di fronte al plastico – oltre 30 tonnellate di cartone sagomato, foglio su foglio, a rendere vera una immagine di grotta che l’artista ha creato al computer ed esposto accanto alla fotografia “reale” di una grotta. Reale nel senso di Demand: ciò che lui costruisce per tradurre in immagine l’idea dell’oggetto ritratto, cioè l’idea di grotta che l’artista ha creato dopo la ricerca su tutte le grotte possibili. Perché con Demand, la fotografia cessa di essere quel che è sempre stata: istantanea del reale così come esiste. Forse prova a essere la somma panteista di tutto il reale che un’immagine può contenere. Quasi un ritratto semantico.
Yellowcake emoziona di più. Non solo per l’atroce pezzo di storia recente che incapsula.
Appena fuori dalla prima sala di Processo Grottesco, andando verso la deliziosa darsena sul lato sinistro dell’isola, a pochi metri, vi è l’uscio della seconda mostra. Yellowcake ruota attorno a uno dei più inquietanti ed oscuri episodi degli ultimi anni grazie al quale si tentò di giustificare l’intervento armato in Iraq.
Ebbene, chi pensa che l’arte non sia turbata ed evidentemente mossa da questo tipo di atroci bugie, deve ricredersi. Yellowcake è una incursione (romanza, ma mica tanto) che Demand compie nei locali borghesi dell’ambasciata del Niger a Roma dove, ricorderete, furono rubate le carte che provavano un illecito acquisto di Saddam di uranio arricchito (Yellowcake) in Niger. Una patacca, un falso, neanche ben fatto, che, come testimonia il giornalista di Repubblica Carlo Bonini (poi inquisito per questo), viaggiò su parecchie scrivanie prima di trovare la consacrazione come smoking gun, pistola fumante, sul tavolo di Bush W. Gli scritti di Bonini sono stati inseriti in catalogo e Demand ne ha utilizzato un inciso particolarmente eloquente negli inviti alla mostra. Che ospita immagini dell’appartamento diplomatico romano subito dopo il misterioso furto, come recitano le didascalie delle opere. L’artista ha a lungo ricercato immagini dell’ambasciata svaligiata, ma non erano mai state eseguite da nessun fotoreporter, quindi decide di andare a documentarle personalmente. Demand vi applica una sua infallibile tecnica: rendere la realtà un dubbio, un fugace momento in altre rappresentazioni. Tutti i particolari contenuti nelle istantanee sono sì reali (attentamente ricostruite dall’artista che ha memorizzato ogni particolare nella visita e nei successivi contatti con il personale dell’ambasciata per realizzarle), ma sembrano dipinti (la tecnica di stampa delle immagini costruite dall’artista è C-Print Diasec).
Thomas Demand (Monaco, 1964), fotografo tedesco, vive e lavora a Berlino. Dal 1989 al 1990 studia all’ Akademie der Bildenden Künste, (Munich), dal ’90 al ‘ 93 alla Kunstakademie (Düsseldorf), dal ’93 al ‘ 94 al Goldsmith’s College, (Londra).
Nel 2007, oltre ad Embassy/Processo grottesco per Fondazione Prada all’Isola San Giorgio, (Venezia) ha esposto L'esprit d'escalier all’Irish Museum of Modern Art, Dublino.
Nel 2006 espone alla Serpentine Gallery (Londra) con Max Beckmann, al Museum für Moderne Kunst, Frankfurt am Main, al Tunnel (Solo-Filmprogramm), al Musée d’Art contemporain, MontrealGalerie Esther Schipper, BerlinRegen Projects, Los Angeles.
Ha partecipato alla Biennale di San Paolo (Brasile) rappresentando la Germania (2004), alla 50.ma Biennale di Venezia, alla Taipeh Biennale (2002), ed ha esposto nei più grandi musei al mondo e nelle migliori gallerie specializzate in fotografia.
Diana Marrone
©CultFrame 07/2007
|
|
|