
New York Polaroid Maurizio Galimberti Il termine Polaroid indica principalmente un processo fotografico che consente, attraverso pellicole a sviluppo immediato, di vedere progressivamente apparire l’immagine di ciò che si è presentato davanti all’obiettivo e che si è scelto di registrare. E’ un gioco, una meraviglia, ma è soprattutto una cosa molto seria. Prima della diffusione del digitale, l’unico processo fotografico che consentiva una "quasi contemporaneità" tra il momento dello scatto e la visione della stampa era "la polaroid". Al di là delle declinazioni più sofisticate, la polaroid si configura come una fotografia a grado zero, dove l’intervento del fotografo è ridotto allo scatto, la regolazione dei tempi e dei diaframmi è delegata alle scelte dell’apparato e la stampa, senza intervento in camera oscura, appare, mano mano, sempre più cromaticamente densa, sotto gli occhi del fotografo, già incastonata in un passepartout bianco. Fin qui, il gioco e la meraviglia, ma come strumento scelto da Maurizio Galimberti, la polaroid si trasforma in un processo fotografico molto serio, dove l’intervento del fotografo si concentra soprattutto nel modificare, alterare tutti quei procedimenti che vengono generalmente considerati normali, obbligati e se non si trattasse di processi tecnologici verrebbe da definire "naturali".
Maurizio Galimberti, per un problema di dogana, si è trovato ad affrontare New York, all’inizio con una macchina acquistata in loco, una Pola 600, molto meno sofisticata di quelle che generalmente usa e che gli sono state riconsegnate successivamente; nell’arco di un mese ha prodotto 180/190 opere, tra immagini singole, dittici e mosaici. A conferma di quanto ormai è un dato acquisito in ambito fotografico, e cioè che la fotografia allude al referente e da esso se ne distacca e lo usa come scusa, motivo, ragione per una narrazione autonoma, Galimberti dichiara in una intervista a Mariateresa Cerreteli: «…ho realizzato scatti singoli con interventi di frottage e di manipolazione che mi hanno fatto entrare in pieno nella luce e nella visione di New York. Lavorando con uno spazzolino da denti, invece del solito bastoncino, ho scoperto effetti straordinari che non avevo mai provato prima… La manipolazione è come il pennello per il pittore». E’ chiaro quindi che, attraverso il gesto artistico e proprio alterando il processo "normale" polaroid che avrebbe restituito nella sua scala cromatica i toni realistici delle strade e dei cieli di New York, Galimberti ha potuto "scoprire" la visione di quella metropoli. Lo sfregamento delle superfici, la manipolazione lo hanno fatto entrare in pieno nella luce e nella visione della Grande Mela.
Per mezzo di un umile spazzolino da denti ha creato cornici, ha incapsulato uomini, quasi a difenderli da una città troppo grande, ha riscoperto le ombre di Strand e le solitudini Hopper. Ha dialogato con Women are beautiful di Winogrand nel dittico Teaty e con the Beatles nel Tribute to Abbey Road. Il Flat Iron è visitato e rivisitato in più di un’occasione; nel frottage Flatiron’s Wall il grattacielo sembra quasi emergere da un intervento di décollage di Mimmo Rotella e nel mosaico Flat… Flat… Flat… l’edificio appare ciò che era apparso a Stieglitz agli inizi del ‘900. «Da dove mi trovavo sembrava muovere verso di me come la prua di un gigantesco transatlantico, esso rappresenta per l’America quello che il Partenone era per la Grecia». La metaforica prua creata da Galimberti, a differenza di quella di Stieglitz, ma anche di quella di Steichen, è gioiosa e si staglia contro un cielo azzurro.
Ricorda Giuliana Scimé, nella prefazione al libro che: «oramai il mondo, grazie alla fotografia, lo conosciamo in ogni più riposto anfratto – a dire il vero, conosciamo anche la superficie della Luna e di altri pianeti. Illustrazioni e documenti che, appunto, riproducono superfici, mai intime corrispondenze».
L’intima corrispondenza la cerca Galimberti che percorrendo le strade di New York sembra meravigliarsi, ad ogni passo, senza soluzione di continuità e producendo mosaici di grattacieli, mai gli stessi, ma in fondo sempre lo stesso; egli sembra non saper decidere o non voler decidere. «All’inizio era tutto un grande caos. Il mio sguardo doveva scivolare tra masse vuote, masse piene e volumi per scrivere delle traiettorie di ritmo. Da qui, ispirandomi al grande musicista Glenn Gould, ho usato la polaroid come fosse un pianoforte e qualcosa nella mia fotografia è cambiato. Scattare diventava, nota dopo nota, una piccola sinfonia».
I mosaici comunicano una metropoli luminosa, dal basso verso l’alto, verso il cielo. Nei frottage la macchina è puntata ad altezza d’uomo, l’obiettivo incontra, appunto, uomini, auto, vetrine. In essi sono esaltati i toni cupi e proprio dai riflessi delle vetrine dove la città genera nuove immagini che interviene l’artista col suo "bulino" per aggiungere segni, sfregamenti, incisioni, lacerazioni. Qui New York si incupisce, si trasforma da luogo di innumerevoli vette a luogo senza cielo, per certi versi inquietante, ostile, comunque conflittuale. Tanto che lo stesso Galimberti per concludere la descrizione del suo lavoro abbandona la metafora musicale per una bellica. «La macchina fotografica è la mia arma pronta a sfidare la metropoli che mi circonda. E spero, con il mio lavoro, di averla vinta».
Roberto Cavallini
©CultFrame 05/2007
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