
Werner Bischof Immagini Ci sono tanti modi di fare fotoreportage, come dimostrano gli stili personali adottati da alcuni membri della storica agenzia Magnum, basti pensare ai due fondatori più celebri: Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Le immagini del primo si contraddistinguono per quel "leggermente fuori fuoco" capace di restituire con immediatezza l’evento immortalato, mentre le foto di Cartier-Bresson sono più formaliste, perchè colgono "l’istante decisivo", vale a dire un momento talmente denso di significato da sintetizzare un’intera situazione. Ma gli esempi sono molti altri, sempre tesi tra esigenza di documentazione diretta e ricerca di una qualche gradevolezza estetica, se per il fotoreportage si può parlare di gradevolezza estetica. Per esempio, Werner Bischof - il primo fotografo che nel 1949 si aggiunse al gruppo costitutivo della Magnum - era uno di quelli particolarmente attenti all’equilibrio formale delle sue immagini, come si può constatare visitando la mostra allestita a Reggio Emilia (tra Palazzo Magnani e Palazzo Calcagni) a cura del figlio e direttore del Werner Bischof Estate Marco Bischof.
Werner Bischof (Zurigo, 1916 - Ande peruviane, 1954), per sua stessa ammissione, diventò fotografo per puro caso. Infatti, inizialmente si appassionò alla pittura e, nonostante dal 1932 al 1936 avesse frequentato il corso di fotografia tenuto da Hans Finsler (il quale si riconosceva nei dettami della Nuova Oggettività Tedesca) alla scuola di arti applicate di Zurigo e nonostante avesse aperto un proprio studio di fotografia e di grafica, nel 1939 andò a Parigi con la speranza di diventare pittore. Ma, con lo scoppio della seconda guerra mondiale, si arruolò nell’esercito svizzero svolgendo anche la mansione di reporter, mentre manteneva saldi i contatti con le avanguardie e, in particolar modo, con il gruppo surrealista Allianz. Perciò, non stupisce affatto che i suoi primi lavori (proposti nella mostra reggiana in uno slide show) fossero perlopiù still life che, qualche volta, esaltano l’essenzialità e la geometricità delle forme e, qualche volta, sono pervase da un’atmosfera vagamente surrealista. Fu soltanto nel 1945 che Bischof cominciò il vero e proprio lavoro di documentazione fotografica testimoniato nella mostra reggiana da un centinaio di scatti, per la maggior parte in bianco e nero e riprodotti in un formato grande che, talvolta, sgrana leggermente l’immagine.
Il fotografo svizzero registrò, dapprima, le condizioni di vita in vari paesi europei (Germania, Olanda, Francia, Polonia, ecc.) reduci dal conflitto mondiale. Contrariamente ad altri, setacciò le rovine con sguardo umanistico per cercare in mezzo a tanta sofferenza qualche segno di speranza. Come spiega lo storico dell’arte Simon Maurer nel testo sulla monografia edita da Federico Motta Editore in accompagnamento alla mostra, Werner Bischof mostrò subito di avere «le qualità del fotoreporter ma anche del cronista pazientemente analitico. Si rese conto che il vero valore delle cose non era nell’immediato affronto della situazione, ma si celava spesso nelle scene marginali degli eventi». E, infatti, fra edifici devastati dalla guerra scovò bambini che giocavano, uomini che cercavano cibo, mendicanti che riposavano sulle panchine, ecc., senza mai dimenticare una certa cura formale, come quando riprese in primo piano un elmetto riverso su uno spiazzo, mentre sullo sfondo si erge la massa nera e informe del Reichstag bruciato e bombardato.
In seguito, dal 1951 al 1952 fu in India, in Giappone, in Indocina, in Corea. Realizzò un reportage sulla carestia ottenendo un successo internazionale; immortalò scene caratteristiche di culture "diverse", come tre sacerdoti scintoisti che camminano in fila riparandosi con ombrelli dal fioccare della neve o una folla (da cui si staccano due bambini) che aspetta curiosa l’imperatore; si soffermò a riprendere momenti di lavoro, come nella foto di un gruppo di persone che scaricano il grano stagliandosi come statue nere contro un riquadro candido costituito dalla luce solare che erompe da un’apertura e dal cumulo di grano. Bischof non risparmiò critiche nei confronti dell’atteggiamento di certi fotoreporter, come fece nell’immagine Avvoltoi nei campi di battaglia in cui si vede un’accalcarsi di fotografi che trasbordano dall’inquadratura nel tentativo di rubare l’uno all’altro lo scatto di uno scoop. Talvolta, si avvalse della fotografia a colori come fece in Messico per riprendere un mangiatore di fuoco o nell’Illinois per riprendere, all’angolo di una strada trafficata, un mendicante senza gambe. Il 16 maggio 1954, a trentotto anni, perse la vita in un incidente automobilistico sulla Cordigliera delle Ande; da poco, in Perù, aveva scattato la celebre fotografia Sulla strada per Cuzco in un cui un ragazzo, ripreso di profilo e a figura intera, cammina suonando un flauto. La mostra reggiana rende conto dell’intero percorso artistico di Werner Bischof, del quale sono state riportate anche alcune frasi significative sulle pareti delle sale; peccato soltanto che la scelta di suddividere le foto in sedi diverse e di inframmezzarla con la mostra dell’artista iperrealista Richard Estes renda dispersiva la visita della mostra.
Elisa Paltrinieri
©CultFrame 05/2007
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 Werner Bischof, Peru On the road to Cuzco, near Pisac, in the Valle Sagrado of the Urubamba river May 1954 ©Werner Bischof/ Magnum Photos  Werner Bischof, USA New York City. 1953 ©Werner Bischof/ Magnum Photos
 Werner Bischof - Il sito Palazzo Magnani
| Informazioni | | Città | Reggio Emilia | | Quando | 01/04/2007-03/06/2007 | | Dove | Palazzao Magnani | | Indirizzo | corso Garibaldi 29 | | Orario | 9.30-13 e 15-19 (ch. lun.) | | Biglietto | intero € 7 ridotto € 5 | | Cura | Marco Bischof |
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