
Paul Seawright – Oublier Reggio Emilia - Settimana della fotografia europea Da sempre struttura e composizione della città sono elementi in costante cambiamento, eppure negli ultimi anni si è assistita a una tale intensificazione di modifiche sostanziali che gli addetti ai lavori (architetti, urbanisti, amministratori locali e geografi) hanno dovuto ripensare modelli interpretativi e soluzioni abitative, mentre il mondo artistico (letterati, fotografi, artisti e critici) è stato stimolato a esplorare le nuove tematiche emerse. La mostra Storie urbane, allestita nell’ambito della Settimana della fotografia europea, si pone lungo questa linea di ripensamento della città; infatti, la curatrice Angela Madesani (storica della fotografia e critica d’arte) ha chiesto a quindici fotografi provenienti da otto diversi paesi europei di realizzare per Reggio Emilia un lavoro site specific, tramite il quale ragionare sui limiti e sui confini considerati in una pluralità di sensi: geografico, sociale, culturale. L’accento è stato posto in particolare sul confine fra memoria e perdita, come sottolinea il titolo del catalogo La cenere delle immagini. Spazi della memoria, luoghi della perdita curato da Riccardo Panettoni.
Il fotografo irlandese Paul Seawright ha risposto favorevolmente all’invito, perché da tempo lavora sulla questione dei confini (intesi in senso metaforico) e sulle relative tensioni; buona parte della sua ricerca artistica, infatti, pone l’attenzione sul caso di Belfast, la sua città natale, che storicamente è stata sconvolta da forti tensioni politiche, sociali e religiose con l’Inghilterra. Ciononostante, ha saputo raccontare altre realtà (come la devastazione dell’Afghanistan dopo la recente guerra o come la spropositata crescita di alcune città africane), mantenendosi coerente con una sua caratteristica peculiare, vale a dire la scelta di concentrarsi sui luoghi disabitati ai margini della città. Seawright ha, perciò, usato lo stesso approccio nei confronti di Reggio Emilia, decidendo di lavorare sui grandi edifici storici (come la Biblioteca Panizzi, i Civici Musei, la Galleria Parmeggiani, la chiesa di San Giorgio) dei quali ha, però, ripreso spazi non accessibili al pubblico, come magazzini, solai o depositi nei quali si ripongono le cose per poi dimenticarsene. A un primo senso letterale e facilmente intuibile (cioè l’individuazione dei limiti esistenti tra spazio pubblico e spazio privato) se ne affianca uno concettuale: questi spazi urbani possono diventare il simbolo del luogo della dimenticanza e della negazione della memoria, uno spazio che esiste anche nella mente umana e in cui si relegano quei pensieri che non si vogliono affrontare consciamente. Perciò, Oublier (in francese "dimenticare") è il titolo scelto dal fotografo per questo suo lavoro, una parola che forse gli suonava meglio del temine inglese "forget" e che è più simile al nostro "oblio".
Le dieci fotografie presenti in mostra risultano coerenti nella scelta del formato (sono tutte di dimensioni 100x100 cm), nella composizione attentamente calibrata (vengono fatte esaltare le linee grazie alla scelta di particolari punti di vista, a volte frontali, altre volte obliqui) ma, soprattutto, nel trattamento della luce. Infatti, Seawright individua all’interno di ogni ambiente "privato" degli spazi pubblici reggiani un elemento significativo e identificativo: una campana, una sedia, una scatola, dei bassorilievi, una finestra, … ma, per immortalarlo, deve usare tempi lunghi di esposizione, perché negli ambienti scelti c’è sempre un unico punto di luce naturale che, pur essendo suggestivo, è insufficiente per l’occhio umano. È quindi grazie al procedimento fotografico che il luogo buio diventa illuminato, svelando ogni cosa. Seawright, che grazie a Oublier ha iniziato a «valutare l'idea, l'ipotesi che esistesse un altro limite, un altro confine: quelli determinati dalla visione umana e risolti dalla tecnologia fotografica», riesce a trasmettere il fascino che prova di fronte a questa trasformazione miracolosa che rende l’assenza in presenza e che forse per un attimo riesce a far scomparire i confini.
Elisa Paltrinieri
©CultFrame 05/2006
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