
Giuseppe Cavalli - Fotografie dal 1936 al 1961 FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma Logiche critiche e di mercato che ci sfuggono, hanno fatto sì che la lunga militanza in fotografia ed il valore dell’opera di Giuseppe Cavalli non bastassero a renderlo finora degno di una mostra antologica. Ma, ad oltre quarant’anni dalla sua morte, la retrospettiva "Giuseppe Cavalli Fotografie 1936 – 1961" non poteva trovare migliore contesto che quello di un festival dedicato (com’è quest’anno FotoGrafia) al Novecento, e alla "necessità della fotografia", essendosi egli distinto in quel dibattito che ha animato il secolo scorso, vedendo su opposti fronti chi affidava alla fotografia un ruolo di semplice documentazione, e chi la riteneva un linguaggio artistico autonomo.
Cavalli è fra coloro che credono fermamente nel fatto che la fotografia sia un’arte, per di più dalle "fortissime possibilità espressive". Per questo motivo - nel 1942 con la pubblicazione del libro "Otto fotografi italiani d’oggi", insieme ad amici quali Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi, cinque anni dopo firmando con gli stessi il Manifesto del gruppo La Bussola -, si fa promotore di una ricerca estetica che ha come scopo non tanto il negare "l’utilità nel campo pratico del documento fotografico", quanto piuttosto l’affermare che è possibile "essere poeti con l’obiettivo come col pennello lo scalpello la penna: anche con l’obiettivo si può trasformare la realtà in fantasia: che è la indispensabile e prima condizione dell’arte".
Il percorso di questa mostra è organizzato secondo un doppio criterio, cronologico e tematico, in base al genere cui le immagini appartengono (Paesaggi, Nature Morte, Nudi, Ritratti e Marine).
Il tratto che senza dubbio accomuna ognuna di queste belle stampe originali al bromuro d’argento, è la ricerca, di crociana memoria, di una trasfigurazione della realtà in "universale sentimento lirico misteriosamente sbocciato nel cuore dell’artista per virtù dell’intuizione".
Fra gli stilemi tipici della fotografia di Giuseppe Cavalli balza all’occhio prima d’ogni cosa il particolare uso della luce, sfruttata soprattutto in "chiave alta": fotografie "mediterranee", così sono state definite le sue all’estero, per la loro assolata bianchezza. Ricorre pure una scansione compositiva dello spazio fondata su equilibri visivi lievemente instabili, in cui il vuoto di cieli alti o di superfici abbastanza uniformi, restituisce un senso di silenzio e di attesa, che apparenta la sua poetica alla pittura metafisica molto più che al tonalismo della Scuola Romana, con la quale Cavalli fu pure in rapporto per via del fratello gemello Emanuele.
Di famiglia agiata, Cavalli è stato uomo dai molteplici interessi, ma ha dedicato gran parte della sua vita alla fotografia sebbene questa non costituisse per lui una professione, portando avanti con passione le proprie convinzioni; la sua è un’arte colta e raffinata, che forse oggi potrà apparire troppo legata alla contingenza storica da cui è nata. Questo "fotoamatore", che Mario Giacomelli ha considerato il suo Maestro, ha tuttavia ancora molto da insegnarci.
Rosa Maria Puglisi
©CultFrame 05/2006
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