Moira Ricci
Interfruit

Una serie di foto di famiglia lungo tutto il perimetro della galleria, stessa altezza, cornici semplici e legno chiaro. Non è guardando la prima e forse neppure di fronte alla seconda, o alla terza, ma già dalla quarta foto si avverte qualcosa di anomalo: evidentemente scattate a distanza di anni, le immagini ritraggono, tra gli altri, un personaggio che non cresce, non muta nelle fattezze. E’ una ragazza, sempre alta uguale, stessa età, dentro abiti e posture che parlano di anni differenti - dai ’50 ad oggi: la sua figura si integra nel contesto, di foto in foto, trova spazio naturale tra gli altri corpi, pur rappresentando un’impossibilità.
E’ Moira Ricci e il confronto tra le immagini diventa necessario a svelare l’operazione messa in atto per questo lavoro: l’artista infatti decide di calarsi in ‘momenti’ del proprio album di famiglia, farvi silenziosamente ingresso, divenire, attraverso la scelta accurata degli indumenti e delle pose, personaggio credibile di situazioni in cui, in realtà, non era presente. Tutte, invece, coinvolgevano sua madre e inserendosi a posteriori nello scatto che le ha fermate, Moira inventa un modo inedito di starle accanto, guardarla, poi ritrarsi mentre la guarda.

Nelle fotografie la madre cresce, invecchia, cambia colore ai capelli, attraversa le mode nei vestiti, nei mobili sullo sfondo, abbraccia il marito, festeggia con gli amici, i parenti, sta dentro i colori sgargianti di un completo anni ottanta come dietro quelli un po’ maldestri che ritoccano un suo ritratto dei primi cinquanta: gli occhi di Moira sono sempre su di lei, può trattarsi di un sorriso, anche ironico, uno sguardo pieno di affetto, una quasi-smorfia, un atteggiamento voyeuristico più svelatamente estraneo alla scena originaria. Comunque, dietro ogni immagine c’è una performance dell’artista, suo travestimento d’abiti, di gesti, di umori, operazione solitaria a lavorare sul ricordo, capace di ‘svolgerlo’ in modo insolito e produrre effetti stranianti. Scrivendo una storia nuova fatta di documenti falsi, Moira dice molto sul funzionamento di questi oggetti della memoria.
Le immagini in cui l’artista è accanto a sua madre coetanea o ancora bambina diventano, attraverso dei paradossi, un modo di svelare, rendere tangibile l’allusione al trascorrere del tempo che sempre presente nelle foto di famiglia, è tra le principali fonti della loro densità emotiva. Ancora, la scena di queste interazioni impossibili esplicita un ulteriore meccanismo sotteso all’efficacia delle foto di famiglia: il loro rimandare ad assetti relazionali che coinvolgono i rappresentati molto oltre i confini dello scatto, aprendo allo spettatore ampi spazi immaginativi, luoghi densi di emozioni. Qui l’effetto non vien meno, ma in qualche modo cambia segno: chi guarda diviene consapevole di essere di fronte a momenti di relazione messi in scena, fittizi, sovvertiti e, per altro verso, autentici.

Da un altro punto di vista, più personale, l’artista mette in atto un processo di riappropriazione, rielabora, fa rivivere quel “che è stato là”, colorandolo della sua presenza ma anche lasciandosene permeare. Se il riferimento a Barthes è esplicito fin dal titolo della mostra Interfuit, nel lavoro di Moira possiamo forse ritrovare l’idea (sempre di Barthes ne La camera Chiara) di foto come “ferita”, qui soprattutto nel senso di una apertura possibile, spazio per una continua e personalissima reinterpretazione, qualcosa che possiamo rifabbricare costantemente per noi stessi, anche all’interno del turbine di emozioni che scatena in noi, forse in noi soltanto. 20.01.53-10.08.04, titolo di questo lavoro, coincide con le date di nascita e di morte della madre: se una forma di rielaborazione del lutto è presente, il processo intenso e certamente doloroso che Moira Ricci ha intrapreso riesce andare molto oltre, e la sua ricostruzione della foto con la madre diviene punto di partenza per un’indagine sulla propria crescita…
In mostra assieme a 20.01.53-10.08.04 (2005/2006), c’è il video Loc. Collecchio (2001) che mette in fila quattro quadri animati, ambienti della casa di famiglia, sorta di teatrini di carta in cui si agitano molte piccole Moire. Si tratta di figurine, foto scontornate che la ritraggono dall’infanzia all’adolescenza: immediatamente appaiono come una folla un po’ indistinguibile poi, questa volta quasi subito, si coglie la somiglianza e si arriva a ricondurle a un’unica persona.
Rispetto al lavoro precedente, il procedimento cambia, più che un calarsi silenzioso nell’immagine si assiste a un’irruzione di personaggi, un piccolo branco: i ritagli grossolani attorno alle figurine, così come il loro apparire l’una dopo l’altra sulla scena, dichiarano con evidenza che si tratta di un insieme assemblato artificialmente, ma l’effetto straniante che ne deriva è, ancora una volta, discorso efficace sulla foto di famiglia. La scena, costruita a sovvertire l’idea del progressivo scorrere del tempo, cancella e riconduce a un unico sfondo i possibili mondi di riferimento che stanno dietro a ciascuna delle silhouette: l’insieme diviene così capace di inibire l’atteggiamento di contemplazione intima che di solito scaturisce naturalmente di fronte alla foto di famiglia o, meglio ancora, diviene capace di indurre una sosta nell’atto di assumerlo. E forse proprio qui, in quest’attimo di pausa, impariamo qualcosa di più sulla sostanza del percorso emotivo che la foto di famiglia può farci intraprendere.

Valentina Ciuffi

©CultFrame 04/2006


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Mamma con maestra
Moira Ricci



Auro e mamma
Moira Ricci



Mamma e Carolina
Moira Ricci



Da nonna
Moira Ricci





Relazioni
PhotoFrame-Mostre. Giochi della memoria - Moira Ricci, Paolo Ventura - FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2007

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Informazioni
CittàMilano
Quando15/03/06-30/04/06
DoveArtopia
Indirizzovia Lazzaro Papi, 2
Telefono(39)025460582
Orariomar.-ven. 15.30-19.30
BigliettoIngresso libero
CuraEmanuela De Cecco
 
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