
Letizia Battaglia e Franco Zecchin - Dovere di cronaca FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma Vedere la propria terra devastata dalla presenza mafiosa, una presenza socialmente cancerogena che porta metastasi ovunque; percepire nell’aria l’odore del sangue e della morte; andare di luogo in luogo, di strada in strada a documentare le azioni criminali di chi intende gestire il potere con la sopraffazione; gettare il proprio sguardo su corpi crivellati di colpi, adagiati come sacchi, sull’asfalto bruciato, sulla nuda terra o dentro una macchina.
Per molti anni, Letizia Battaglia ha raccontato visivamente la terribile deriva mafiosa che Palermo, e l’intera Sicilia, subiva apparentemente senza avere la forza di ribellarsi. Era accompagnata nel suo "tragico" lavoro quotidiano da Franco Zecchin, fotografo e suo compagno nella vita per venti anni, che con lei ha condiviso giornate convulse, corse con la Vespa per raggiungere il luogo di un omicidio, di un fatto di sangue, ma anche paure e umanissime inquietudini.
L’enorme contributo di sensibilizzazione contro la mafia che i due autori hanno dato alla Sicilia e all’Italia intera è indiscutibile, fortissimo, di centrale importanza nella crescita culturale di questo paese.
Questo contributo è stato presentato ora in forma espositiva nell’ambito dell’edizione 2006 di FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma. La mostra, curata da Marco Delogu e Salvatore Ligios, rappresenta un percorso intenso e drammatico in una Sicilia martoriata e oppressa non solo dalla mafia ma anche da tutti coloro i quali assecondano il potere mafioso semplicemente utilizzando, spesso senza neanche rendersene conto, metodi esistenziali, modi di dire e visioni della realtà che anche indirettamente derivano dal "pensiero" mafioso. E’ proprio quest’ultimo il problema più grave generato da questo fenomeno criminale, cioè aver creato più che un "regime" basato sul reale controllo del territorio, un regime che si rigenera grazie al controllo dei pensieri delle persone, a volte anche di quelle apparentemente colte.
Le fotografie di Letizia Battaglia e Franco Zecchin sono precise e taglienti come lame affilate, non rappresentano la morte e la violenza, la raccolgono e la ricompongono in un sistema di segni visuali. Tale sistema non ha nulla di estetizzante o, banalmente, di poetico-filosofico, e neanche di vagamente letterario. Così, avvicinarsi alle loro immagini evocando la cultura siciliana e i suoi "presunti maestri" è quanto di più sbagliato si possa fare. L’azione creativa di Battaglia e Zecchin è infatti priva di "poetismi" e di tensioni cinicamente intellettuali, la loro azione creativa era, ed è, soprattutto politica, portatrice di un potente e rivoluzionario scandalo, lo scandalo provocato da chi non tollera che la propria terra venga monopolizzata dai mafiosi e da quei languidi intellettuali che rifugiandosi nella filosofia e in una visione romantica della Sicilia non fanno altro che il gioco dei mafiosi.
Battaglia e Zecchin hanno dimostrato che la mafia era, e continua ad essere, solo un’ignobile macchina di morte, di violenza inaudita, che produce corpi maciullati e dolore indescrivibile e "governa" con le armi del terrore e della paura.
Dunque, ogni loro opera è una risposta diretta e concreta alla pericolosa e squallida arroganza della criminalità organizzata, ogni loro fotografia è portatrice di un sano e positivo conflitto nei confronti di chi pensa che si possa vivere solo minacciando, estorcendo, uccidendo e corrompendo politici.
Soffermarsi sulle singole opere della mostra allestita presso il Palazzo della Calcografia dal punto di vista critico sarebbe come tradire Letizia Battaglia e Franco Zecchin, poiché fatalmente chi scrive sarebbe portato ad entrare nel meccanismo dell’analisi formalistica e estetica, nella sfera della elaborazione dei contenuti in modo superficiale.
La mostra va invece fruita, e ripensata dopo la visita, in una sorta di flusso continuo di stimoli e impulsi, un flusso di significanti più che di significati, che colpisce il profondo e che costringe ogni individuo a vivere l’incubo della mafia così come continua a viverlo oggi ogni siciliano onesto, libero e democratico.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 04/2006
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