Le porte della città - La stanza delle sorelle Bucci
Fotografie di Luca Nostri. Progetto di Ascanio Celestini e Marco Delogu

Si moltiplicano le iniziative per la Giornata della Memoria, fenomeno da una parte più che confortante (perché contribuisce a far rimanere viva la memoria della Shoah) dall’altra un po’ spiazzante, poiché nell’ambito di questo lodevole interesse generale non sempre si possono apprezzare operazioni culturali adeguate all’argomento.
Un caso positivo da segnalare, e sui cui vogliamo puntare la nostra attenzione, è quello relativo a Le porte della città – La stanza delle sorelle Bucci, installazione poli-espressiva che possiede una forza comunicativa notevole e coinvolge intensamente, e in maniera profonda, il visitatore. Questo risultato è ottenuto grazie allo spessore e alla semplicità dell’idea che sta alla base del progetto.

Negli spazi del Teatro Ambra Jovinelli di Roma, l’autore/attore/scrittore Ascanio Celestini, in collaborazione con Marco Delogu, ha ricostruito una stanza di piccole dimensioni dedicata alla storia di due sorelle che nel 1944 furono deportate ad Auschwitz. Il fruitore dal momento in cui entra in questa stanza è oggetto di una multiforme azione linguistica. Da altoparlanti nascosti viene irradiata la voce dell’attore che narra la vicenda delle due sorelle, oggi anziane. Il racconto di Celestini è alternato al ricordo stesso delle sorelle Bucci, le quali con poche "annotazioni" ripercorrono la loro tragica esperienza.
Sulle pareti bianche della stanza delle strisce di carta su cui sono scritte frasi pronunciate dalle due donne congiungono idealmente cinque grandi fotografie a colori, semplicemente fermate con dei chiodi molto sottili. Sono le immagini scattate da Luca Nostri, durante un suo recente viaggio ad Auschwitz effettuato al seguito di alcune scolaresche.
Gli scatti del giovane fotografo romagnolo non sono realizzati con stile foto-giornalistico, o da reportage. La vena stilistica di questo giovane autore percorre, fortunatamente, altri territori. Nostri non cerca infatti di rappresentare i luoghi dell’orrore, non intende banalmente documentare, né ovviamente ricostruire. Non sovrappone narcisisticamente le proprie qualità creative alla realtà, anzi sceglie di arretrare, probabilmente per un inconscio, quanto sano, senso di rispetto.
Quattro delle cinque immagini esposte presentano spazi enigmatici, nei quali, oltretutto, splende un meraviglioso sole. Lo spirito oggettivo e distaccato che caratterizza le opere permette di inoltrarsi con la mente in un articolato labirinto di riflessioni sulla Shoah.
Le baracche, i prati verdi, i binari sono componenti di un passato di morte e dolore, componenti oggi collocate in un’ambientazione che paradossalmente non sembra poter far venire in mente la Shoah.

In quei luoghi, così tranquilli, invece si sviluppò durante la seconda guerra mondiale il genocidio del popolo ebraico e il massacro spaventoso di oppositori politici, omosessuali, zingari, Testimoni di Geova, disagiati fisici e psichici. Di questo sfacelo umano oggi rimangono segni allo stesso tempo inquietanti e superficialmente armoniosi che generano in chi guarda una sensazione di angoscia e straniamento. Proprio quei posti, così correttamente fotografati da Luca Nostri, sono stati il palcoscenico di atrocità inenarrabili, della pratica criminale della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. E tutto ciò si è verificato in un territorio come un altro, in una campagna tranquilla, nel cuore della colta Europa di metà XX secolo. Una delle opere, inoltre, è il ritratto, in piano americano, delle sorelle Bucci raffigurate frontalmente in posa naturalistica.
Le protagoniste di questa drammatica storia sono lì a testimoniare simbolicamente le sofferenze di tutti gli ex deportati, ma ciò non viene manifestato in maniera prevedibile. Una delle due, infatti, accenna un lieve, delicato, sorriso, elemento apparentemente anomalo che invece immette nell’architettura semantica dell’inquadratura un sottile e misurato spiraglio di speranza. Sembra quasi che possa esistere una via di uscita, che comunque, nonostante gli scellerati crimini compiuti dai nazisti ad Auschwitz e pur non potendo dimenticare l’immane tragedia della "soluzione finale", si possa continuare a vivere.

Luca Nostri non ha operato aggiungendo una carica emotiva alla raffigurazione di Auschwitz, non ha giocato la facile carta dell’orrore ricostruito/subito e della commozione ostentata ma ha evocato per sottrazione, effettuando una sorta di incursione nell’abisso oscuro della Shoah. Le sue immagini alludono alla degenerazione del pensiero dell’uomo e permettono di elaborare linguisticamente il rapporto agghiacciante, e impossibile da comprendere con gli strumenti della ragione, tra questa abominevole degenerazione e la dimensione immobile e metafisica della natura.
In tal senso le sue opere, pur non essendo estetizzanti, analizzano in modo raggelante l’estetica (logistica, architettonica, urbanistica, ambientale) che era presente nei campi di sterminio, quell’estetica, quella "bellezza" che anche Ascanio Celestini ha colto perfettamente con immenso e giustificato sgomento. Proprio lo scrittore/attore infatti ha evidenziato lo scollamento quasi surreale tra l’atrocità incommensurabile della Shoah e gli spazi dove questa si è verificata, mettendo a fuoco quanto pericolosa e spregevole possa essere la mente umana, se, come è stato nel caso del lucido delirio nazista, può essere in grado di correlare senso estetico, antisemitismo, disprezzo per l’altro e odio razzistico.

Maurizio G. De Bonis

©CultFrame 01/2006




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Galleria









Fotografie di
Luca Nostri






Informazioni
CittàRoma
Quando23/01/2006-05/02/2006
DoveTeatro Ambra Jovinelli
Indirizzovia G. Pepe 43/45
Telefono(39)0644340262
Orariomar.-sab. 18-20
dom. 15-16
BigliettoIngresso libero
ProgettoAscanio Celestini e Marco Delogu
 
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