
Robert Doisneau L'amore è... Che cos’è l’amore? Un’altra volta, l’ennesima volta, l’eterna domanda. Si torna sempre all’amore, abusato, ma non esauribile, corollario dell’esistenza.
Doisneau racconta l’amore con amore e attraverso l’amore. Il tema di riuso perenne e perpetuo non è solo banale soggetto, ma anche modo e fine di un operare fotografico, dell’estetica piccola e sottile di un sempre innamorato.
La sua antologica in mostra al Palazzo Reale di Milano è davvero una chanson, non perché tutto il percorso è accompagnato dalle voci di Brassens, Montand, Trenet… che costringono le coppie al passo di danza tra le sale rosse e buie (proprio come Les danseurs élégants e quel Be-Bop à la cave); è solo che dice di cose apparentemente insignificanti, ma universali, proprio in virtù della loro familiarità col quotidiano poetico dell’uomo.
"Il mondo che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei potuto sentire bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei potuto trovare la tenerezza che speravo di ricevere".
E’ tutto immagine, rappresentazione pura di un momento rubato alle lunghe attese del nulla più prezioso e unico, oltre la casualità o l’abitudinarietà del piccolo gesto.
La sua è, in definitiva, una poetica di strada, che sembra affiancarsi a quella neorealista più Zavattiniana: ore e giorni spesi a pedinare la vita, ad osservare un mondo che passa e scivola via, che si snoda per le quais e le rues della sua Parigi, sempre complice e benevola; tutto per poter conquistare solo un attimo grondante di senso.
Anche la modificazione urbana prende il sapore di un mutamento dinamico e umano: il cuore mercato de Les Halls diventa un dato indispensabile da registrare per ricordarsi di com’eravamo, di cos’eravamo.
"E’ una lotta disperata contro l’idea che scompariremo… mi ostino a fermare il tempo che fugge, ed è una follia".
E poi, ancora, sul filo di questa analogia, troviamo l’interesse tutto incentrato su quella gente, i veri protagonisti e attori del mondo, che la storia ingiusta non si degna di menzionare: sono privilegiati i grandi occhi e i giochi di bambino, i giovani della banlieue e il profondo senso di appartenenza, la nobiltà intrinseca del lavoro, nonostante l’umiltà, la vergogna, l’emarginazione, l’abito sporco.
E’ proprio qui che la pulsione ritmica e battente del sentimento si manifesta nel suo più alto grado di autenticità.
A determinare lo scatto, dunque, c’è la volontà di esserci e testimoniare, quando un bacio diventa un’icona del miracolo, dell’extra-ordinarietà di ogni giorno che non fiorisce se non dalla delicatezza. Come nel momento in cui si spezzerà il nastro della sposa, al suo passaggio gioioso, o ragazze affamate di sole cedono avide al calore dei raggi.
Riso felice, questo, riso ironico, quello dei provini che disarmano il perbenismo: una serie di espressioni e attitudini spiazzate, curiose, distratte, imbarazzate… per un nudo incorniciato e dimenticato sulla parete di un antiquario; così anche un archetto prende per il naso il suo musicista.
Dopo il Giorno di festa, Jacques Tati non ha abbandonato la sua bicicletta, ingenua e scomposta; così si rappresenta l’umorismo. E le mani grandi di Ricasso, hanno il sapore del pane. Poi Prévert, De Beauvoir e Queneau. Léataud e Fautrier... brevi dialoghi di amicizia.
Laura Atie
©CultFrame 07/2005
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