
Martin Parr Oeuvres 1971-2001 La Maison Européenne de la Photographie presenta una retrospettiva dedicata a Martin Parr, attraverso l’esposizione di opere che ripercorrono idealmente ogni tappa della maturazione fotografica e artistica, in un certo senso politica, ma soprattutto sociale dell’autore britannico.
150 scatti: e sono solo una rapida sintesi degli infiniti progetti da lui elaborati in 30 anni di professione, accompagnata da qualche installazione e tre video, veri e propri corto e medio-metraggi, perché ultimamente il suo interesse si è posato trasversale sull’immagine in movimento. Un passo indietro e lo vediamo collaboratore della Magnum, capace di caratterizzarne attivamente l’orientamento di stile; un altro ancora, eccolo studiare fotografia a Manchester e lasciarsi fascinare dal teatro.
Il percorso si apre con due lavori d’altri tempi (i primi) e poco conosciuti, reportages in bianco e nero nel West Yorkshire e a Greater Manchester, immagini solitarie, immobili e piene di silenzio, il nome nobile della desolazione. L’occhio è già critico, un accenno del sorriso ironico e distaccato si profila da subito come preludio di una coscienza sempre più decisa a mostrare fragilità della media e mediocre struttura socio-culturale-economica dell’Inghilterra, che poi era ed è, microscopicamente, quella di gran parte del nostro emisfero.
Il dominio e la chiarificazione progressiva di questa poetica comincia in una nicchia accanto, dove lo spettatore è invitato ad interagire, attraverso un’interfaccia video, con una sorta di gioco delle coppie, un Love Cube da ricomporre con click.
Procedendo, la decadenza diventa il filo conduttore, e ci porta a fuggire da un soffocante salottino anni ’70 per trascinarci davanti alle orgogliose suppellettili (nel senso che sono l’orgoglio della padrona di casa…), ai tendaggi e alle tappezzerie impossibili, agli interruttori della luce rococò.
Il fotografo non si stanca di pedinare l’ordinario, rendendolo straordinario, sconvolgente, indifendibile. Concentra l’attenzione sulla minuzia esasperata del dettaglio: quanto più è kitch e superfluo tanto più è significativo. Così scandaglia più assurde abitudini quotidiane di soggetti domestici e individui non solo comuni, ma dolorosamente insignificanti, e lo fa con un sarcasmo tagliente, fastidioso, mentre la tecnica segue malleabile le sue esigenze, nei tagli delle inquadrature, sempre opportuni sensati e nel cromatismo, a tratti acceso e violento, a tratti pastello irredento.
D’altronde solo l’apparenza, conta; tutto è vanità, l’oggetto, il cibo – junk food, non serve dirlo – la moda, o meglio, il suo spavento, la ricerca infruttuosa del divertimento, in consumismo inappagato e inappagabile, il paradossale turismo democratico, dove bambini nudi giocano tra i rifiuti, ma almeno sono al mare… The Last Resort, serie datata 1983, è una chiave di lettura polivalente per tutte le sue opere di questo genere.
Opere sul common sense, sul costo della vita, sui segni del tempo… e un’altra, ricca sezione dedicata all’autoritratto, espressione di un sé che si relaziona al mondo, a questo mondo così antiestetico.
Sono innegabilmente tutti lavori provocatori e la volontà di ribellarsi esplode prepotente, molto più forte dell’imbarazzo e dell’illusione di trovarsi nel regno-altro che solo l’arte può creare. E invece no, è tutto vero, l’attività precipua di Parr si fonda su un lavoro analitico di documentarismo sociale, nonostante l’approccio visuale non usuale.
Davvero, non esiste salvezza se non nel suo humor distaccato (so British) e nella filantropia più estrema, che mette da parte orgoglio e superbia per arrivare a comprendere l’essere umano com’è, nella sua nuda debolezza, nel rispetto per le scelte che liberamente compie in ogni momento, per quanto discutibili e inconsapevoli possano essere.
Laura Atia
©CultFrame 06/2005
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