Walter Niedermayr

La percezione dello spazio, lo spazio figurato, lo spazio rappresentato. A sette anni di distanza Walter Niedermayr torna finalmente in Italia, prima al Museion – Museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano e ora a Milano presso la Galleria Suzy Shammah con lavori noti e meno noti, che svelano una poetica nitida, precisa, ma soprattutto un’intenzionalità rigorosa.
Le immagini del fotografo altoatesino vogliono essere innanzitutto una risposta all’annosa questione sulla natura della percezione. Il processo percettivo dello spazio non è lo spazio stesso né come questi viene rappresentato, ma uno stadio intermedio, in bilico tra i due. La fotografia, allora, cerca di trovare un compromesso: di avvicinarsi il più possibile all’esperienza della percezione; cerca di colmare un vuoto. Ma una frattura rimane sempre…E le immagini di Niedermayr portano sempre su di sé il segno di tale frattura, che diventa evidente, palpabile, fisica. Il fotografo realizza vedute d’insieme composte da scatti sequenziali. Gli scatti talvolta si sovrappongono, altre volte si confondono, altre volte ancora si contrappongono. Elementi ricorrenti (laddove nell’ordine delle cose non dovrebbero esser presenti) spiazzano l’osservatore abituato ad una visione semplificata – facilitata – della realtà. Forse evocano la realtà percettiva, ma il mondo della rappresentazione è sempre ‘altro’.

Quando nel 1987 Walter Niedermayr realizza il suo primo lavoro, chiamando in causa un nuovo modo d’osservare, fa una scelta precisa. Sceglie una via differente rispetto alla strada maestra, quella tanto nota (e tanto seguita) intrapresa da Bernd e Hilla Becher. La ‘documentazione’ della realtà può facilmente diventare un concetto aleatorio e sicuramente non è sinonimo di ‘percezione’. E’ così che Walter Niedermayr inizia la sua instancabile ricerca portata avanti fino ad oggi.
“Lo spazio si trasforma dentro di te. E lo spazio si trasforma attraverso la fotografia. La realtà dell’immagine ha soltanto lontanamente a che fare con la realtà dello spazio”. Sono parole dell’autore che testimoniano una presa di coscienza rara e inducono ad uno studio dello spazio attento e sentito.
Ma lo spazio può definirsi tale solo nel momento in cui vi è una presenza umana, nel momento in cui s’instaura una relazione. Lo spazio è paesaggio, luogo modificato dall’uomo.
E infatti, nelle fotografie di Niedermayr gli uomini ci sono, sempre. Presenze umane, anzi, perché mai connotati, bensì sempre delineati da lontano, come leggere figurine disperse in un’atmosfera eterea. A dispetto della concezione antropocentrica occidentale, l’uomo è solo una parte del tutto, dell’ambiente. Un elemento tra i tanti che costituiscono il paesaggio circostante. E lo trasformano.

La trasformazione del paesaggio è, infatti, non a caso, uno dei temi ricorrenti nel lavoro del fotografo altoatesino. Luoghi contemporanei, strutturati, organizzati, ‘prefabbricati’. Luoghi trasformati, sì, ma innanzitutto uniformati, resi gli uni uguali agli altri da un’umanità indifferenziata. Ogni riferimento topografico è eliminato, ogni posto è un posto anonimo. Quasi ogni immagine è senza nome.
La distanza è la via attraverso cui è ottenere la neutralità di un luogo, di un’immagine. Ogni cosa è calibrata e rientra in una panoramica d’insieme ponderata dove l’equilibrio dei pieni e dei vuoti è sempre misurato e la presenza umana aleggia senza creare alcun disturbo visivo in paesaggi vasti eppure a misura d’uomo.
Alle immagini di Niedermayr sembra essere negata ogni possibilità connotativa, non solo vengono meno i riferimenti spaziali, ma gli stessi colori sembrano solo accennati. Deboli sfumature di giallo, di rosso, di azzurro evocano una realtà a volte impalpabile. I colori sembrano essere stati sottoposti anch’essi alla dura legge della distanza e sembrano svanire dentro di essa.

Gli uomini non hanno volto, i colori non hanno forza. Rimane solo il paesaggio, contaminato. Rimangono solo le strutture, in continua evoluzione, anonime come chi le ha create. Le montagne e i loro mastodontici impianti sciistici, i cantieri, gli interni d’ospedale, le autostrade.
Gli immensi spazi del Romanticismo sono evocati e subito negati dalla civiltà contemporanea. Lo rivela ogni immagine in mostra, lo rivela ogni spazio.
Lo rivela anche il video nell’interessante locale ‘berlinese’ da poco aperto accanto alla galleria. Camera fissa: piccole sagome contro un bianco abbacinante vengono trascinate verso l’alto da uno skilift. La struttura sciistica è al centro dell’inquadratura, dell’immagine. Il paesaggio è contaminato e continua a cambiare. Sono gli uomini a cambiarlo (a contaminarlo). Solo il vento è natura. Musica di sottofondo continua a soffiare, libero.

Mila Francesca Nemni

©CultFrame 06/2005


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Galleria


Walter Niedermayr
Leihrnjukur I/2003



Walter Niedermayr
Neuseeland III/2004



Walter Niedermayr
Vedretta Piana XIC 2000






Informazioni
CittàMilano
Quando24/05/2005-21/07/2005
DoveGalleria Suzy Shammah
Indirizzovia San Fermo
Telefono(39)0229061697
 
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