
Raghu Rai. India – in viaggio dal 1970 al 2005 FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2005 Raghu Rai è più alto di come sembra, seduto al tavolino rotondo della caffetteria di Palazzo Caffarelli. Presto ci spostiamo nelle sale dell’ultimo piano, dove sono esposte le sue fotografie. E’ il primo omaggio importante che l’Italia dedica al maestro indiano - è nato il 18 dicembre 1942 a Jnhang ed è membro dell’Agenzia Magnum dal 1977 - anticipato un paio di anni fa da Usee, mostra itinerante su Bhopal promossa da Greenpeace. Con "India – in viaggio dal 1970 al 2005" e, contemporaneamente gli scatti romani dello svedese Anders Petersen si inaugura il IV° Festival Internazionale della Fotografia.
La mostra é un racconto in bianco e nero di una quotidianità piena di contrasti, da cui trapela anche filosofia di vita e spiritualità. "Mi piace molto il suo modo di fotografare perché è di grande rispetto per le persone" - afferma la curatrice, Enrica Scalfari - "Il novanta per cento dei soggetti delle sue foto, infatti, sono persone. Non c’è mai qualcosa che viene sbattuto in faccia, è sempre una narrazione delicata anche quando si trattano temi più duri come la malattia e la povertà."
In piedi, poggiato allo spigolo del muro - accanto alla fotografia del ’77 che ritrae Madre Teresa a Calcutta mentre scende le scale - Raghu Rai veste completamente di nero, con l’eccezione delle scarpe di cuoio chiaro. Occhi scuri, sguardo ammaliatore, guarda dritto negli occhi i suoi interlocutori, un gruppo ristretto di addetti ai lavori. Tranne poche foto di celebrità come Indira Gandhi e Madre Teresa - a lei il fotografo ha dedicato il libro Saint Mother. A life dedicated, che raccoglie quindici anni di lavoro - tutti le altre vedono protagonisti volti comuni. Gente incontrata per strada, in un tempio, sul treno, tra le mura domestiche. "Quello che ho a cuore è l’India che vive la sua vita quotidiana", afferma. "Ricordo ancora quello che mi disse Madre Teresa quando le chiesi l’autorizzazione per scattare nei suoi ospizi e nelle sue case: devi avere rispetto e dignità alla stessa maniera per ciascuna delle persone che fotograferai. In quel momento mi è tornato in mente quello che diceva Henri Cartier-Bresson sulla fotografia, cioè che fotografare è agire con l’occhio freddo e il cuore caldo."
C’é autentico odore d’India nelle foto di Raghu Rai, intenso e dolciastro, speziato e coinvolgente come il marciume e il patchuli, l’incenso e il masala. L’anziano fotografo ambulante davanti al fondale dipinto del Taj Mahal, con il treppiedi in primo piano, o il giovane barbiere di Calcutta che, all’aria aperta, taglia i capelli al suo cliente e dietro di lui, in fila, gli uomini usano l’orinatoio pubblico, sono solo brani di un racconto più ampio. Lo scatto della stazione ferroviaria di Churchgate a Bombay è particolarmente bello, con il treno immobile da una parte e la gente in movimento sulla banchina, dall’altra. Due strisce di luce chiara traducono il ritmo umano, in mezzo alle quali tre uomini immobili - perfettamente messi a fuoco - leggono il quotidiano, con gli occhiali inforcati, del tutto estranei alla frenesia che li circonda.
L’acqua è un elemento decisamente ricorrente, quella sacra del Gange a Varanasi e Calcutta o del fiume Hoogly e quella salmastra dell’Oceano Indiano a Mumbai, o di Cochin sul Mar Arabico. In questa quotidianità fatta di gente che dorme e vive sui marciapiedi, di donne che stendono i lunghissimi sari, ci sono anche gli animali: i cammelli di Pushkar, la scimmia a Ayodhya, le mucche e i cavalli tra i risciò del Bazar Chawki nella vecchia Delhi.
Fin dagli esordi nel ‘64-’65 - quando per divertimento si fece prestare la macchina fotografica dal fratello maggiore che faceva il fotografo di professione - è stata una scelta voluta, quella di Rai, di fotografare solo in India. Perché appartenere ad un mondo vuol dire conoscerlo in profondità. "Se vado in giro con chiunque di voi, posso divertirmi moltissimo, ma questo non mi servirà a portarmi dentro, a fondo, nel mio mondo. Lì dove mi pongo degli interrogativi - chi sono, quale è la mia appartenenza, a cosa mi lego – che per me è lo scopo della fotografia." Naturalmente capita anche a lui qualche volta di trovarsi all’estero e di rimpiangere di non aver fotografato un momento. “E’ come con le donne." - dice - "Un tempo le donne mi prendevano moltissimo e mi sembrava sempre di aver incontrato quella speciale, ma puoi in questo caso allungare la mano e afferrarla? Ci sono delle volte che la lasci andare. Lasci correre senza rimpianti. La vita va vissuta, ma ci sono tanti piani diversi per viverla. Con Sebastiao Salgado ho avuto una conversazione interessante. Abbiamo lavorato insieme - c’erano anche altri colleghi - per il cinquantenario dell’indipendenza dell’India e alla fine di quel lavoro mi ha detto: Raghu io ho scattato tanto in India, mi piace molto quello che ha fatto Cartier-Bresson, ma il tuo lavoro sull’India mi sembra che mi parli da un’altra profondità di esperienza."
Manuela De Leonardis
©CultFrame 04/2005
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