
Anders Petersen - Roma, A diary 2005 FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2005 Lo sguardo di Anders Petersen affonda senza dubbio le sue radici nella tradizione creativa del reportage sociale ma se ne discosta, positivamente, grazie alle sue inconfondibili scelte stilistiche, scelte che viaggiano in sintonia con un’impostazione che lo pone al di fuori della pura, e meccanica, documentazione visiva. Petersen, per così dire, si sporca le mani; non fotografa con atteggiamento freddo e paragiornalistico ma finisce per mettersi sempre sullo stesso piano dei soggetti che riprende. Il suo, dunque, è un realismo psicologico (non sociologico), un modo per far venire a galla sensazioni, esistenze, sofferenze che di solito nel reportage di tipo classico risultano cristallizzate o, peggio ancora, riportate in forma estetizzante.
L’autore opera ormai da quasi quarant’anni ed ha acquisito in ambito internazionale un consistente prestigio che l’ha portato a ricevere nel 2003 il premio come Fotografo dell’anno nell’ambito dei Rencontres Internationales de la Photographie di Arles.
Ora una sua mostra, curata da Marco Delogu, ha aperto ufficialmente Il Festival FotoGrafia di Roma 2005. Si tratta di un lavoro sulla capitale italiana, tema che ogni anno viene affidato ad un grande fotografo e che ha impegnato nelle passate edizioni artisti come Josef Koudelka e Olivo Barbieri.
La prima notazione che sentiamo il dovere di fare riguarda Petersen come autore da Festival, cioè particolarmente adatto a un contesto creativo-espositivo che può determinare nell’opera di un fotografo il controproducente effetto di ripetizione creativa o di autocitazionismo. La stessa cosa capita in ambito cinematografico dove i grandi eventi mondiali (Venezia, Cannes, Berlino) finiscono per essere invasi da film di registi coreani, cinesi e iraniani (sempre gli stessi nomi), negli ultimi anni di forte tendenza e linguisticamente ormai prevedibili.
Concentrandoci invece sulla mostra elaborata per FotoGrafia 2005 dobbiamo analiticamente scomporre l’esposizione in due sezioni, come se si trattassero di due mostre in una. Una prima parte è di fatto l’organizzazione visuale di un percorso, di un vero e proprio vagabondaggio, per la città. Il piatto con i rimasugli del pasto, personaggi incontrati casualmente, un cane, un cavallo. Si tratta di una perlustrazione in un mondo marginale che fa emergere una Roma notturna e ruvida ma anche di uno sguardo casuale e perso, privo di quella forza concettuale necessaria per raffigurare la stratificazione più nascosta della vita romana.
La seconda parte, sostanzialmente dedicata ai ritratti, ha invece una sua identità precisa, una struttura narrativa che si evolve attraverso volti e contesti che comunicano esperienze e condizioni esistenziali molto intense. Il corpo di una donna quasi completamente scoperto, ad esempio, esprime attraverso i segni sulla pelle e una forte sgranatura della stampa in bianco e nero una dimensione umana che fa emergere la durezza dell’esistenza e un lirismo sensuale underground di notevole spessore.
Tutte le immagini sono indirizzate lungo una direzione stilistica molto marcata. La stampa, infatti, è fortemente contrastata: i "neri" vengono fuori con assoluta veemenza, mentre le sfumature del grigio sono scarsamente utilizzate. Questa organizzazione linguistica produce un effetto di notevole drammaticità, di contrasto compositivo che evidenzia con chiarezza la cifra poetica di un autore molto attento al racconto delle zone d’ombra della società e intenzionato ad evitare accuratamente di scadere nella raffigurazione ovvia del bello estetico.
Il suo universo visuale è fisico, carnale, ha un odore; è erotico, estremo e folle. Non ha paura dell’orrido e dell’altro. Ha un suo rumore interno, un suono a volte dissonante, così come dissonanti sono le diverse realtà che convivono anche sotto la cappa storico-artistica che esalta, e allo stesso tempo opprime, l’unicità della città di Roma.
Maurizio G. De Bonis
©CultFrame 04/2005
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