Joel Meyerowitz
Changing Time: Color Work from the 70’s

Non è facile individuare il carattere peculiare di un luogo a partire dalla decifrazione di quei microaccadimenti che, pur passando spesso innosservati, più lo connotano. Ed è questo che colpisce delle street photographies di Joel Meyerowitz in mostra presso la galleria Le Case d’Arte di via Circo 1 a Milano: la capacità di restituire il mosaico metropolitano della New York degli anni ’70 con rapidità ed esattezza, molteplicità e profondità di piani simultanei in cui affollamento architettonico e umano si rafforzano a vicenda tanto da costruire un’idea di città vista, sentita e interpretata dall’autore stesso come estremamente naturale.
Il risultato di questo affastellamento visivo d’altro canto dà origine a un’iconografia nuova, spiazzante, lontana tanto da quella del ritratto in presa diretta che dalla veduta architettonica classica: la strada diventa un grande fotomontaggio dada dove le persone, la cui disposizione nello spazio sembra dipendere da capricciosi abbagli di luci e ombre taglienti, appaiono come incollate a caso su prospettive urbane bislacche, costruite per campiture di colore, o complicate dalle direttrici vettoriali di scritte e cartelli pubblicitari forti del loro messaggio quanto i passanti del modo di abbigliarsi.

Ma fondamentali per capire a fondo la poetica di Meyerowitz e il suo uso del mezzo fotografico sono due precise scelte linguistiche, entrambe indirizzate alla ricerca di una maggiore ricchezza di dettaglio: in primo luogo il colore che, verso la fine degli anni ’60, prende il posto di un bianco e nero all’epoca ancora nettamente privilgiato dai fotografi professionisti; la motivazione che l’autore ne dà è che "il colore era di per sé significante: doveva solo diventare tangibile". Cosa che nel suo caso si verifica poi puntualmente, nell’aggressività di un impermeabile rosso, nei pantaloni di una ragazza dal blu quasi impertinente, nell’oro squillante di palazzi colpiti da una luce sfruttata sapientemente in modo materico, nel verde polveroso delle tendine a fiori di un caravan in sosta all’ombra di un grattacielo.
L’altra svolta tecnica di rilievo è il passaggio nel ’76 dal piccolo al grande formato: una curiosa e solo apparente contraddizione che chi etichetta questo autore erede tout-court di Cartier-Bresson deve tenere in conto. Meyerowitz riesce infatti a mantenere il carattere di immediatezza della fotografia di strada non con l’agilità del 35 mm, bensì utilizzando un ingombrante 8x10. Quelle che possono sembrare immagini rubate casuali in realtà hanno all’origine un’attenta meditazione non solo per ottenere "fotografie altamente dettagliate di momenti singolari", ma per poter leggere di questi momenti anche ciò che accade in profondità, e sono il risultato di due condizioni paradossalmente ossimoriche come prontezza e temporalità. Il controllo della composizione infatti è tale che riesce in uno dei suoi scatti più spettacolari (in cui si può leggere peraltro un affettuoso riferimento a Friedlander, altro grande interprete dell’ambiente metropolitano in relazione all’uomo e alla visione del sé) a cogliere il momento in cui l’ombra di una coppia di passanti di spalle si staglia precisa su quelle di un’altra coppia poco distante e vestita in maniera pressoché identica; e a enfatizzare la figura un uomo dall’abito già chiaro sovraesponendolo per contornarlo di un espressivo gioco di ombre.

Il punto è che l’area del fotografabile dal quale Meyerowitz si sente magneticamente attratto e che gli impone di sistemare la sua Deardorff proprio lì e non altrove, non è considerata come realtà semplicemente "osservabile", ma come realtà "sensoriale": sosteneva di sentire come prima cosa se stesso, per cercare di capire cosa di quel luogo definisse la sua persona. Solo allora si preparava allo scatto. Questo è qualcosa di più che documentare uno spazio, è un atto che implica un approccio viscerale, istintivo, non idealistico, simpatetico, e soprattutto lontano dal giudicare il soggetto prescelto.
Il grande formato infrange infine un’ altro punto cardine della straight photography: l’aspirazione all’invisibilità da parte di chi scatta. Con un treppiede e un banco ottico piazzati sul marciapiede è ben difficile passare inosservati e anzi, qui lo sguardo in camera diventa ingrediente principe e divertito di una serie di "street-portraits", spesso caricaturali alla Weegee ma privi del suo tocco demistificante proprio perchè forti del rapporto sorpreso che lega fotografo e individuo fotografato.
Eppure in quest’uso insolito dell’ 8x10 riesce in qualche modo a trasferire l’istintività propria della ripresa rapida: perchè da sotto il panno nero l’immagine che si visualizza attraverso il vetro smerigliato è sottosopra, e tutto sta lì sospeso, le figure "pendono dal soffitto come lampadari" e l’angolo di osservazione diventa astratto, surreale. L’immediatezza sta quindi nell’intuire il momento esatto in cui la complessità si organizza in inquadratura; disordine e scompostezza non derivano da un sentimento di incomprensione, e l’impressione di caos che dà questa città vista dal basso non è che ordine a-gerarchico, riflesso di quell’anarchia spaziale tipicamente metropolitana che tanto contrasta con le atmosfere invece aperte, silenziose e dense di altri paesaggi: quelli extraurbani, colti da Meyerowitz nei tempi lunghi e notturni di un motel, una stazione di servizio inondata di luce al neon, una cabina telefonica in mezzo al niente. Eco allora che cogliere la natura di un luogo diventa in qualunque situazione capacità di interrogare lo spazio antropizzato nel momento della sua massima verità condivisa, estraendo dal molteplice quel tanto di rimosso quotidiano che pure caratterizza un angolo di marciapiede o una piscina deserta sotto un cielo cupo; significa conoscere il vissuto di cui si fa parte mantenendo però necessariamente la capacità di lasciarsi sorprendere. Significa, talvolta, costruire un racconto seguendo un pensiero molto semplice, che nel caso di Meyerowitz si riassume così: "Ogni giorno della nostra vita diciamo "ah" riguardo a qualcosa. È questo che c’è di meraviglioso nella fotografia".

Laura Ferrari

©CultFrame 04/2005


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PhotoFrame-Grandangolo. Lo sguardo inattuale - Sulla fotografia di territorio di fine ’900

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Informazioni
CittàMilano
Quando24/02/2005-30/05/2005
DoveLe Case d'Arte
IndirizzoVia Gorani 8
Telefono(39)O28054071
Orariomar.-sab. 15-19
mattina su appunt.
BigliettoIngresso libero
 
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